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	<title>ArDiCor &#187; ilsole24ore</title>
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		<title>Con Wiki, senza amare Julian</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 15:18:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con Wiki, senza amare Julian
Hacker italiani a favore della trasparenza ma non dell&#8217;australiano
Arturo Di Corinto
per Il Sole 24 Ore del 14 dicembre 2010 &#8211; pag.14 &#8211; Mondo
“Nella gara tra segretezza e verità vincerà sempre la verità”. Ma la verità, come la libertà, per gli hacker è un concetto binario: o c&#8217;è o non c&#8217;è. Questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/12/sole24ore_testata.jpg" alt="sole24ore_testata" title="sole24ore_testata" width="256" height="192" class="alignleft size-full wp-image-1981" /><strong>Con Wiki, senza amare Julian<br />
Hacker italiani a favore della trasparenza ma non dell&#8217;australiano<br />
Arturo Di Corinto<br />
per Il Sole 24 Ore del 14 dicembre 2010 &#8211; pag.14 &#8211; Mondo</strong></p>
<p>“Nella gara tra segretezza e verità vincerà sempre la verità”. Ma la verità, come la libertà, per gli hacker è un concetto binario: o c&#8217;è o non c&#8217;è. Questo è quello che credono molti sostenitori italiani di Wikileaks. Sostenitori del progetto, e non di Assange, su cui “non tutti sono pronti a mettere una mano sul fuoco”, dice Carl0s, e di cui non amano il protagonismo e il profilo mediatico. La galassia hacker momentaneamente coagulata intorno a Wikileaks lo fa in omaggio al noto adagio dell&#8217;etica hacker “information wants to be free”. Dice Carl0s “E&#8217; importante il progetto cui Assange ha dato vita, non lui come persona” e aggiunge: “Wikileaks è diventato un baluardo dell&#8217;informazione, non perché senza macchia e senza paura, ma perché difende il diritto fondamentale di rendere trasparenti notizie che contribuiscono a formare l&#8217;opinione pubblica”. “Ma l&#8217;idea della trasparenza a ogni costo, la casa di vetro, è un concetto nazista, da grande fratello”. <span id="more-1977"></span><br />
Se il giudizio definitivo su Assange può essere rimandato è invece chiaro e definitivo quello sui governi corrotti e guerrafondai “che usano ogni mezzo per intimidire i portabandiera della libertà d&#8217;informazione” e che secondo gli hacker vanno difesi, come con l&#8217;operazione Payback condotta da Anonymous.<br />
Alla spy story di Assange si poteva reagire in molti modi diversi, ma gli hacker italiani ne hanno scelti due. Il primo è stato supportare l&#8217;operazione Payback attaccando i siti che hanno provato a togliere il terreno sotto ai piedi del progetto trasparenza di WL – Amazon, eBay, le Poste svizzere. Dice Vecna “le rappresaglie informatiche non sono nuove e sono connaturate alla rete in quanto piattaforma globale che consente alle persone di mettersi d&#8217;accordo per ottenere un risultato”. “Prima c&#8217;erano i netstrike per bloccare l&#8217;accesso ai siti (equivalente informatico del camminare sulle strisce pedonali per bloccare il traffico ndr), oggi ci sono altre tecniche”. “Low orbit ione cannon è il nome del software su Sourge forge con cui è stato fatto l&#8217;attacco Payback”. “Un sistema abbastanza banale ma che consente di lavorare in tanti senza avere grandi conoscenze informatiche”.<br />
Il secondo tipo di strategia è stata quello di replicare le informazioni di Wikileaks all&#8217;infinito come hanno fatto hacker e attivisti italiani riuniti intorno a Indymedia facendone un mirror  http://wikileaks.italy.indymedia.org o creando Openleaks. “Openleaks rappresenta un modo diverso di fare informazione indipendente. Imparando dagli errori di Wikileaks e sviluppando il progetto secondo una logica peer to peer emergerà il modello vincente per il futuro, basato sull&#8217;approccio alla condivisione tipico della logica hacker”, dice Bakunin del gruppo Ipppolita.<br />
Questa differenza riflette abbastanza bene la frammentazione della galassia hacker che sfugge a ogni tentativo di definizione univoca. “Non siamo cuori solitari, individualisti e anarchici” sostiene Mendax (il nome da hacker di Assange, ndr), “la cifra che ci accomuna è  il senso di appartenenza a una comunità fintanto che se ne condividono logiche e obiettivi: autorevolezza contro autorità, competenza contro gerarchie, libertà contro controllo”.</p>
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		<title>L&#8217;IGF Italia a Roma</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Nov 2010 11:58:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Una rete di tutti, nessuno escluso: L&#8217;IGF Italia a Roma
Arturo DI Corinto
per Il Sole 24 Ore &#8211; Nòva  del 25 novembre 2010
A che serve l&#8217;Internet Governance Forum? Rispondere è facile. La ripresa economica, la pace, lo sviluppo umano, hanno bisogno di Internet. E hanno bisogno di una Internet aperta, ubiqua e democratica. Internet, viceversa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/11/nova_25112010.jpg" alt="SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 &lt;INFOPDF -1 &gt; ... 25/11/10" title="SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 &lt;INFOPDF -1 &gt; ... 25/11/10" width="248" height="331" class="alignleft size-full wp-image-1969" /><br />
Una rete di tutti, nessuno escluso: L&#8217;IGF Italia a Roma<br />
Arturo DI Corinto<br />
per <a href="http://www.ilsole24ore.com/">Il Sole 24 Ore</a> &#8211; <a href="http://nova.ilsole24ore.com/">Nòva </a> del 25 novembre 2010<br />
A che serve l&#8217;Internet Governance Forum? Rispondere è facile. La ripresa economica, la pace, lo sviluppo umano, hanno bisogno di Internet. E hanno bisogno di una Internet aperta, ubiqua e democratica. Internet, viceversa, ha bisogno di persone di buona volontà, competenti, e in grado di rappresentarne al meglio criticità e istanze d&#8217;uso di carattere territoriale, perchè, spesso lo dimentichiamo, Internet è una rete fatta di tante reti.<br />
L&#8217;Onu ha affidato all&#8217;Igf il compito di discutere come armonizzare i livelli tecnico e infrastruturale, contenutistico e legale per favorire il suo sviluppo e utilizzo. Sarebbe banale dire che l&#8217;Igf italia deve fare in piccolo quello che fa l&#8217;Igf globale. Lo deve fare, certo, ma la rete non è la stessa in Italia e in Finlandia. In Italia si viaggia a una velocità  media a 4,5 Mb, in Finlandia ai cittadini sono garantiti 100 Mb di connettività come diritto costituzionale. E&#8217; vero però che le esigenze d&#8217;uso della rete in Italia sono diverse non solo a confronto con altri paesi, in Africa o Scandinavia, ma anche fra un distretto industriale e una comunità montana, una zona archeologica dove serve al monitoraggio del rischio idrogeologico, o un centro prenotazioni ospedaliero di un piccolo comune. In qualche caso basta l&#8217;Hyperlan, altrove è meglio il Wi-Max, in altri è necessario il fiber to the home (FTTH).<br />
La via italiana al digitale, che è fatta di innovatori che hanno segnato la storia degli ultimi anni, Marchiori per l&#8217;algoritmo base di Google, Chiariglione per l&#8217;MP3, Faggin per il microprocessore, Arduino per l&#8217;hardware e Zucchetti per il software, è anche un insieme di attività economiche che vanno dalle innovazioni di processo e di prodotto dell&#8217;impresa a rete nella bassa padana alla soft economy del made in Italy venduto on line: hanno bisogni diversi.<span id="more-1967"></span><br />
E&#8217; per armonizzare queste diverse esigenze e prospettive che bisogna immaginare un&#8217;adeguata allocazione delle risorse pubbliche e degli investimenti privati, secondo un&#8217;adeguata analisi dei costi e dei benefici, che serve un Igf Italia che diventi luogo di confronto e di supporto per quanti lavorano al miglioramento delle sue prestazioni. Poichè la rete non esiste di per sé, ma grazie al contributo attivo di molti soggetti, per essere efficace l&#8217;IGF Italia dovrà avere al proprio interno rappresentanti delle imprese, delle associazioni, dei cittadini, dei governi locali e nazionale rappresentati tutti alla pari. Affinchè questo accada l&#8217;IGF deve darsi una struttura certa, secondo il modello della cooptazione meritocratica, ma anche approvando dei formalismi decisionali per eleggere dei &#8220;portavoce&#8221; revocabili, e poiché le scelte tecniche e organizzative non sono mai neutrali, deve diventare autonomo dal punto di vista finanziario per dare rappresentanza a chi non ha le risorse finanziarie per partecipare e diventare parte della sua organizzazione. Burocrazie digitali e interessi di bottega cercheranno di depotenziare l&#8217;approccio bottom up alla governance della rete, e tenteranno di modellarla a loro convenienza, perciò è importante creare una cultura dell&#8217;Internet come un bene comune. In questo modo l&#8217;IGf Italia potrà contribuire efficacemente al dialogo necessario per mantenere la rete stabile e favorirne l&#8217;evoluzione all&#8217;interno di un sistema di regole condivise, non necessariamente scritte e vergate dai governi, e poter meglio rappresentare le istanze territoriali e le (buone) idee locali a livello globale.</p>
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		<title>SALVARE IL WEB DALLE REGOLE</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Sep 2010 13:10:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti digitali]]></category>
		<category><![CDATA[ilsole24ore]]></category>
		<category><![CDATA[Internet Governance]]></category>

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		<description><![CDATA[SALVARE IL WEB DALLE REGOLE
Arturo DI Corinto da Vilnius (Lithuania)
per Per Il Sole 24 ore del 22 settembre 2010
Perché ogni anno si riunisce l&#8217;Internet Governance Forum? «Internet modella tutte le tecnologie di comunicazione del nostro tempo». È la risposta, a Vilnius, del commissario europeo Neelie Kroes. Del resto la comunicazione è un bisogno umano fondamentale. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/09/nova_23_09_2010-214x300.jpg" alt="SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 &lt;INFOPDF -1 &gt; ... 23/09/10" title="SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 &lt;INFOPDF -1 &gt; ... 23/09/10" width="214" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-1809" /><strong>SALVARE IL WEB DALLE REGOLE<br />
Arturo DI Corinto da Vilnius (Lithuania)<br />
per <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2010-09-23/salvare-regole-091910.shtml?uuid=AYu8vhSC">Per Il Sole 24 ore del 22 settembre 2010</a></strong></p>
<p>Perché ogni anno si riunisce l&#8217;Internet Governance Forum? «Internet modella tutte le tecnologie di comunicazione del nostro tempo». È la risposta, a Vilnius, del commissario europeo Neelie Kroes. Del resto la comunicazione è un bisogno umano fondamentale. Per questo occorre occuparsi di come sarà l&#8217;internet del futuro. Meno chiaro è chi e come debba governare il processo della sua evoluzione.<br />
Molti sperano nell&#8217;avvento di un sistema di regole chiare, universali e condivise. La Dynamic Coalition on Internet Rights and Principles nata dall&#8217;Igf ha pubblicato un manifesto che ha suscitato vasto interesse e qualche fischio. I brasiliani hanno scritto una costituzione per internet. L&#8217;Association for Progressive Communication pubblicizza il suo decalogo per le libertà. E l&#8217;Italia ha rilanciato l&#8217;idea di una grande consultazione pubblica sul tema.<br />
Per il ceo dell&#8217;Icann, Bob Beckstrom: «Internet funziona. Quindi che funziona una governance basata su consenso e scarsa regolamentazione». La European Broadcasting Union risponde: «Bisogna ragionare su obblighi e condizioni di servizio: i vecchi media hanno una governance, i nuovi no». Ma c&#8217;è anche la posizione di imprese come Apple, Microsoft e Google. Non vogliono una regolamentazione della rete, anche se non lo dicono, e fanno lobby. Richard Allan, di Facebook, dice: «Non è vero che internet non ha regole. Le regole ci sono e noi le rispettiamo».<span id="more-1810"></span><br />
Anche nella società civile c&#8217;è chi non ama l&#8217;idea di regolamentare la rete. E sostiene che anche per internet valgono semplicemente i principi della carta dei diritti umani dell&#8217;Onu. Secondo Virginia Paque della Diplo Foundation: «Abbiamo molti cappelli: siamo genitori, cittadini, accademici, comunicatori. Siamo per il principio dell&#8217;indivisibilità dei diritti». Per costoro internet è un bene comune, universale e indivisibile come i diritti della persona.<br />
Ma come far valere i diritti di tutti in contesti che sono culturalmente, economicamente e legalmente diversi? Il delegato americano, Steve MacLaughlin, ha detto: «Vogliamo un&#8217;internet decentralizzata, cooperativa e multilivello» ma per averla bisogna condividere un&#8217;idea comune. Se ne continuerà a parlare al prossimo Igf in Kenya.</p>
<p>Ma a Vilnius che cosa si è deciso? Fra i traguardi raggiunti la presa di consapevolezza di una vasta comunità di esperti, attivisti, operatori e governi della necessità di un&#8217;azione comune nei rispettivi ruoli per mantenere la rete libera, aperta, efficiente. Intanto però continuava sotterraneo il conflitto geopolitico – G77 contro G8 – e una concorrenza non sempre leale fra le aziende per affermare il proprio punto di vista: sì alla soft law, no a regole uguali per tutti.<br />
I governi hanno posizioni diverse. La Cina allude a una sua possibile autarchia se fosse pressata troppo sul tema dei diritti umani e dei consumatori, mentre il Brasile sollecita la necessità di produrre raccomandazioni più stringenti ai prossimi incontri. L&#8217;India vuole maggiore spazio e rappresentatività negli organismi internazionali e l&#8217;Africa vuole più sostegno per aprirsi alle imprese occidentali. La Francia manifesta attenzione ai diritti dei cittadini, dei consumatori, dei giovani e delle Ong, mentre lavora alla tutela e promozione di lingua e mercati propri. E l&#8217;Inghilterra dà lezioni di democrazia mostrando grande unione tra maggioranza e opposizione nel sostenere lo sforzo dell&#8217;Igf. Gli Usa, dal canto loro cercano la terza via tra le pressioni delle imprese e il tradizionale ruolo guida in tema di diritti democratici. L&#8217;Italia propone una regolamentazione della rete da verificare. L&#8217;Electronic Frontier Foundation ricorda che la censura riguarda anche le imprese e non solo i governi.<br />
I problemi quindi restano. Non è allora un caso che in molti siano convinti che il tema dei valori e dei principi di internet – cooperazione, condivisione, privacy, neutralità e decentramento – diventi l&#8217;argomento principale dei prossimi incontri, è solo partendo da qui che potranno essere affrontati i temi irrisolti.</p>
<p><strong>In nome della governance </strong><br />
PER Vint Cerf PIONIERE DELLA RETE, ORA A GOOGLE, MANCANO INDIRIZZI IP: OCCORRE L&#8217;IPV6<br />
Grazie all&#8217;Igf, i servizi dell&#8217;Icann sono migliorati negli ultimi 5 anni<br />
Io adotterei i valori proposti dal Brasile sui diritti e i principi di internet<br />
La sfida è definire regole per persone con valori e idee politiche differenti<br />
Evitare di fare una legge su internet ogni volta che si pone un problema</p>
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		<title>DIRITTI UMANI NODO DEL WEB</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Sep 2010 17:20:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[ilsole24ore]]></category>
		<category><![CDATA[Internet Governance]]></category>

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		<description><![CDATA[DA VILNIUS
ARTURO DI CORINTO
Per Il Sole 24 ore del 16 settembre 2010
L&#8217;Internet governance forum (Igf), ovvero gli stati generali di Internet in corso a Vilnius per il quinto anno consecutivo, ha raggiunto i suoi primi risultati. Il primo è stato quello della paziente e delicata costruzione di una consapevolezza planetaria dell&#8217;importanza di Internet per lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/09/nova_16_09_2010-228x300.jpg" alt="SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 &lt;INFOPDF -1 &gt; ... 09/09/10" title="SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 &lt;INFOPDF -1 &gt; ... 09/09/10" width="228" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-1792" /><strong>DA VILNIUS<br />
ARTURO DI CORINTO<br />
<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2010-09-16/diritti-umani-nodo-080915.shtml?uuid=AYbfGMQC">Per Il Sole 24 ore del 16 settembre 2010</a></strong></p>
<p>L&#8217;Internet governance forum (Igf), ovvero gli stati generali di Internet in corso a Vilnius per il quinto anno consecutivo, ha raggiunto i suoi primi risultati. Il primo è stato quello della paziente e delicata costruzione di una consapevolezza planetaria dell&#8217;importanza di Internet per lo sviluppo economico e sociale insieme alle misure necessarie per garantirne affidabilità, sviluppo e sicurezza. A dimostrazione di ciò, la richiesta, da parte del segretariato generale delle Nazioni Unite di prolungare gli incontri dell&#8217;Igf per altri cinque anni e approdare a un nuovo summit mondiale della società dell&#8217;informazione nel 2015 con il mandato di «creare una società dell&#8217;informazione inclusiva, centrata sulle persone e orientata allo sviluppo, ma rispettosa dei diritti umani universali e delle libertà fondamentali». Ulteriore prova di tale consapevolezza crescente è il moltiplicarsi di conferenze regionali (Africa, Latinamerica, Caraibi), dei capitoli nazionali dell&#8217;Igf in molti paesi (Danimarca, Olanda, Spagne, Italia) che hanno adottato sia le tematiche che l&#8217;approccio multistakeholder propri del forum.<span id="more-1788"></span><br />
A rendere tangibile questa evoluzione, una riorganizzazione degli argomenti e delle modalità operative dell&#8217;Igf. Quest&#8217;anno a Vilnius viene dato più spazio agli adolescenti, alla partecipazione da remoto, alla società civile e ai temi dello sviluppo e della cooperazione fra gli stati. Il programma degli eventi del 2010 (14-17 settembre), dà maggiore importanza ai temi infrastrutturali e regolatori in relazione ai temi dell&#8217;accesso e alla diversità linguistica e di genere.<br />
Apertura, sicurezza e privacy, prima discusse separatamente, oggi vengono affrontate insieme come riconoscimento dell&#8217;interrelazione fra l&#8217;accesso alla conoscenza, la libertà d&#8217;espressione, i diritti di proprietà intellettuale, il cybercrime e la sicurezza nazionale.<br />
L&#8217;Igf non è un luogo decisionale ma offre comunque delle raccomandazioni, come la necessità di includere i diritti umani nella discussione generale e di favorire il coinvolgimento dei paesi in via di sviluppo, di istituire nuovi top-level domains, di accelerare l&#8217;adozione dell&#8217;IpV6 per la scarsità di indirizzi disponibili e l&#8217;internazionalizzazione della gestione dei nomi di dominio per assicurare il mantenimento dei servizi Internet in situazioni di crisi o di disastro. Tutti temi che sono stati recepiti nell&#8217;agenda dei capitoli regionali e nazionali dell&#8217;Igf.<br />
La posta in gioco è alta. Mentre le diplomazie sono al lavoro nei corridoi, nessuno si nasconde che enfatizzare l&#8217;aspetto del policy making per Internet può creare problemi di carattere geopolitico &#8211; la &#8220;balcanizzazione&#8221; della gestione tecnica di Internet in caso di disaccordo &#8211; ma nemmeno si possono eludere le critiche delle Ong che temono la sua inefficacia per la debolezza dei chapter nazionali e l&#8217;indifferenza dei governi di fronte a temi cruciali come la libertà d&#8217;espressione online.</p>
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		<title>UN CODICE AZUNI PER FARE RETE</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 22:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti digitali]]></category>
		<category><![CDATA[ilsole24ore]]></category>
		<category><![CDATA[Internet Governance]]></category>

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		<description><![CDATA[UN CODICE AZUNI PER FARE RETE
Arturo Di Corinto
per Il sole 24 ore del 2 settembre 2010
Stefano Rodotà, presidente del comitato italiano per la Governance di Internet aveva detto: “per immaginare nuove regole per Internet potremmo fare come con il codice marittimo redatto da Domenico Alberto Azuni: formalizzare un corpus delle consuetudini d&#8217;uso di questa risorsa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/09/nova_2_settembre.jpg" alt="SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 &lt;INFOPDF -1 &gt; ... 02/09/10" title="SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 &lt;INFOPDF -1 &gt; ... 02/09/10" width="248" height="319" class="alignleft size-full wp-image-1736" />UN CODICE AZUNI PER FARE RETE<br />
Arturo Di Corinto<br />
<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2010-09-02/codice-azuni-fare-rete-081113.shtml?uuid=AYHNruLC">per Il sole 24 ore del 2 settembre 2010</a></p>
<p>Stefano Rodotà, presidente del comitato italiano per la Governance di Internet aveva detto: “per immaginare nuove regole per Internet potremmo fare come con il codice marittimo redatto da Domenico Alberto Azuni: formalizzare un corpus delle consuetudini d&#8217;uso di questa risorsa comune e condivisa che è Internet”. Mentre imperversa il dibattito sui diritti e doveri di Internet, nell&#8217;agosto 2010, ad un mese dal nuovo Internet Governance Forum di Vilnius, lo staff del ministro Brunetta rilancia l&#8217;idea di un “codice Azuni per la rete” offrendone una versione beta alla consultazione popolare sul sito azunicode.it. Non è una proposta di legge, ma una sorta di call for papers per raccogliere pareri e best practices sul mondo di Internet, un pre-codice, insomma, e raffinare le proposte fin qui fatte per una regolamentazione dal basso della rete da portare, forse, all&#8217;Onu.<br />
Il gruppo di lavoro che ha stilato la versione beta del Codice Azuni è fatto da alcuni importanti professionisti e molti soggetti governativi, qualche professore, ma si sente la mancanza delle imprese e delle loro rappresentanze di categoria. Anche i parlamentari, fatta eccezione per Palmieri della Pdl, sono assenti. Eppure l&#8217;Italia, già protagonista di un importante accordo con il Brasile che impegnava i due paesi a investire nella tutela della libertà in rete, per garantire standard e interoperabilità dei dati, sicurezza e libera concorrenza online, era stata al centro del dibattito sull&#8217;Internet Bill of Rights discusso in seno alle dynamic coalitions dell&#8217;Igf. Ora con il codice Azuni forse si potrà dettagliare il percorso fatto fin qui dal World Summit on Information Society di Tunisi del 2005 senza disperdere il patrimonio di relazioni, competenze e conoscenze sviluppato sotto la guida di Stefano Rodotà. Un percorso a cui potrà dare grande slancio l&#8217;Igf Italia varato a Cagliari nel 2008 che per ora sembra stare un po&#8217; in disparte, ma che si incontrerà a Roma a fine novembre. Il codice Azuni insomma è un&#8217;opportunità per rivedere l&#8217;approccio del Belpase verso la rete ed evitare le frammentarie e talvolta improvvide iniziative per regolamentarla finora fallite proprio a causa dell&#8217;assenza di un dibattito ampio e plurale. Quello che in molti chiedono è di non ricominciare sempre daccapo, ma di dare continuità istituzionale a un&#8217;iniziativa necessaria, che coinvolga veramente tutti, e senza la quale si rischia che sul web valga solo la legge del più forte.</p>
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		<title>Le regole della neutralità</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 22:27:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le regole della neutralità
Arturo Di Corinto
per Il Sole 24 ore del 2 settembre 2010
Facebook ha superato la soglia di 500 milioni di utenti. Il web ha superato il trilione di indirizzi unici e per il 2015 si stima che tre miliardi e mezzo di persone saranno collegate a Internet. Aumenta il tempo che gli utenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/09/nova_2_settembre.jpg" alt="SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 &lt;INFOPDF -1 &gt; ... 02/09/10" title="SOLEMI02: SPECIALE_3D-NOVA24-01 &lt;INFOPDF -1 &gt; ... 02/09/10" width="248" height="319" class="alignleft size-full wp-image-1736" /><strong>Le regole della neutralità<br />
Arturo Di Corinto<br />
per <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2010-09-02/regole-neutralita-081154.shtml?uuid=AYg5ruLC">Il Sole 24 ore del 2 settembre 2010</a></strong></p>
<p>Facebook ha superato la soglia di 500 milioni di utenti. Il web ha superato il trilione di indirizzi unici e per il 2015 si stima che tre miliardi e mezzo di persone saranno collegate a Internet. Aumenta il tempo che gli utenti passano online sui social network (+22%), come pure gli investimenti pubblicitari (11 miliardi di dollari nel 2009) e l&#8217;ecommerce. Anche gli stati che praticano la censura e il monitoraggio di Internet secondo Reporters Sans Frontiers sono in crescita, mentre 5 milioni di computer ogni secondo vengono compromessi da consorzi criminali.<br />
 In questa situazione si capisce l&#8217;importanza che assume il prossimo Internet Governance Forum di Vilnius (dal 14 al 17 setembre), che dovrà tracciare la strada per la rete del futuro e dimostrare l&#8217;utilità di un nuovo round quinquennale di incontri che una riunione straordinaria dell&#8217;Onu in seduta plenaria dovrebbe annunciare a breve. L&#8217;edizione 2010 dell&#8217;Igf porta delle novità. I temi sono gli stessi da cinque anni a questa parte, la gestione delle risorse critiche di Internet, la sicurezza, l&#8217;apertura, la privacy, l&#8217;accesso e la diversità, ma ce n&#8217;è uno nuovo, l&#8217;Internet governance per lo sviluppo. Il cloud computing e i suoi effetti sull&#8217;ambiente sociale e naturale sono invece il tema emergente dell&#8217;incontro.<br />
Finite le polemiche sulla gestione dei nomi a dominio grazie alle aperture dell&#8217;Icann, il “parlamento di Internet” ha però una grossa grana da affrontare, il tema della net neutrality. Oggi infatti chi decide dove andare e cosa fare su Internet è l&#8217;utente, ma come vorrebbero alcune aziende, se viene meno il principio di neutralità – uguale trattamento per ogni bit o richiesta che circola per sue infrastrutture &#8211;  saranno i proprietari dei cavi e dei server a stabilire velocità e accesso alle sue risorse. Una questione centrale per la democrazia di internet e per la democrazia in generale visto che la rete è ormai tutt&#8217;uno con il nostro ambiente sociale. La discriminazione del traffico è pericolosa proprio per la natura ambivalente della rete. Internet è infatti la più grande agorà pubblica della storia del&#8217;umanità ma è anche un incredibile strumento di sorveglianza e controllo, uno straordinario mezzo d&#8217;espressione, ma anche uno strumento di persuasione e propaganda, un luogo dove esercitare le scelte di liberi consumatori, ma anche uno strumento per indirizzarne i consumi in maniera non trasparente. In questo contesto assume rilevanza la proposta di Bernard Kouchner di dare a Internet “uno statuto legale che rifletta e tuteli la sua universalità”, la vera prorità per la governance di Internet. </p>
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		<title>Candidati (quasi) web 2.0</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:17:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Candidati (quasi) web 2.0
Arturo Di Corinto per
Il Sole 24 ore &#8211; Nova
del 11 Marzo 2010
Qualcosa è cambiato nel rapporto fra i politici italiani e la rete. I candidati alle regionali 2010 sembrano aver fatto tesoro dei cattivi esempi che l&#8217;uso di Internet applicata alla politica ci aveva finora offerto. I siti volantino e i blog [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/03/nova11032010-dicorinto-212x300.jpg" alt="nova11032010-dicorinto" title="nova11032010-dicorinto" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-1511" /><strong>Candidati (quasi) web 2.0<br />
Arturo Di Corinto per<br />
Il Sole 24 ore &#8211; Nova<br />
del 11 Marzo 2010</strong></p>
<p>Qualcosa è cambiato nel rapporto fra i politici italiani e la rete. I candidati alle regionali 2010 sembrano aver fatto tesoro dei cattivi esempi che l&#8217;uso di Internet applicata alla politica ci aveva finora offerto. I siti volantino e i blog chiusi ai commenti, con fotografie ammiccanti e nessuna interattività col pubblico elettorale sono quasi spariti.<br />
Il cambiamento si nota nel buon livello di sofisticazione tecnologica dei siti dei candidati, che oggi hanno mappe georeferenziate, videoclip, suonerie, e le icone dei social network. A guardare meglio, però, si tratta per lo più di bandierine piazzate in fila che permettono di accedere a contenuti che ripetono il vecchio rituale della propaganda politica ed enfatizzano all&#8217;eccesso la vetrinizzazione del candidato in rete, che accumula fan su Facebook e follower su Twitter senza un vero dialogo con l&#8217;elettore.<span id="more-1524"></span><br />
Alcuni abbozzano timidi tentativi di negative campaigning, la propaganda negativa in cui si critica e ridicolizza l&#8217;avversario ribaltandone il messaggio. Mentre quasi tutti i candidati che campeggiano coi loro manifesti sui muri non rinunciano a indicare il proprio sito web al passante distratto, quasi nessuno di loro si dedica a fare seeding dei propri contenuti, accontentandosi per la più di piazzare qualcosa sui media sociali. Così gli iscritti ai canali youtube dei candidati sono pochi, i post su Facebook sono prevalentemente dello staff, le discussioni sui blog rare.<br />
Eppure casi di eccellenza ce ne sono. Renato Brunetta ha lanciato il social network Grande Venezia e un&#8217;applicazione per iPhone da cui accedere a programma, news e sondaggi da candidato sindaco. Il partito di Vendola  ha lanciato la campagna “Mettiamoci la faccia”e invita a scaricare un messaggio di sostegno già pronto, stamparlo, farcisi una foto e caricarlo sul sito di Sinistra, Ecologia e Libertà. Invece Emma Bonino sfrutta al meglio il ricco archivio digitale di Radio Radicale. Ma il più tecnologico sembra il sito del candidato Pdl in Lombardia, Formigoni, che interagisce via smartphone con gli elettori e pubblica i loro Sms sul sito. E data l&#8217;enfasi posta sulla comunicazione mobile sembra l&#8217;unico ad avere capito che è quella la killer application della futura comunicazione politica.<br />
Parecchi offrono il proprio programma alla discussione in rete. L&#8217;Italia dei Valori fa un buon uso di video professionali per presentare i suoi “11 punti”, in Campania l&#8217;accattivante sito di Stefano Caldoro invita gli elettori a contribuire al programma, già scritto, inviando le proprie idee dal sito (ma non si sa dove finiscono), offrendolo ai commenti dei lettori (rarissimi), cosa che non accade col ricco sito di Roberto Formigoni dove in tanti hanno votato una proposta per incentivare il telelavoro e sostenere le aziende.<br />
La moda del momento comunque sembrano essere le tag cloud e la messaggistica Sms che, se talvolta non funziona, serve a costruire utili database per contattare gli elettori.<br />
Il sito di Filippo Penati è graficamente pulito ed elegante, e implementa strumenti di condivisione come Sharethis, il sito di De Luca offre invece, come altri, un&#8217;utile mappa dei comitati elettorali e un numero verde cui gentilissime operatrici rispondono per dare informazioni su programma ed eventi del candidato campano del PD, e lo stesso fa la Polverini.<br />
Tutti esempi di un rapporto in costruzione fra la politica e le logiche del web 2.0 che sconta in molti casi un ritardo culturale e un sospetto malcelato per meccanismi di democrazia non maturati nel faccia a faccia parlamentare e di sezione. Ma che pure ci dicono che esiste un&#8217;imprenditoria diffusa della comunicazione web che ha intercettato alcune tendenze della rete, la crosmedialità, l&#8217;uso di Cms liberi e gratuiti, licenze creative commons e il dialogo aperto con gli oppositori, e che è in grado di farle accettare ai candidati che, quando ne hanno i mezzi, le implementano, senza necessità di capirle fino in fondo. In tutto questo i contenuti della campagna spesso scompaiono e diventano slogan di facile effetto e nessuna verifica. In queste elezioni tecnologiche il mezzo è il messaggio, ma non si può ancora parlare di obamizzazione della politica in rete.</p>
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		<title>Tregua armata fra i politici e la rete</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 12:21:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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Arturo Di Corinto
Per Il Sole 24 Ore &#8211; Nova Review
del 11 marzo 2010

Dopo che Al Gore ebbe lanciato l&#8217;idea delle information superhighways, debitore dello slogan a un padre che si occupava di autostrade, si parlò di una nuova era ateniese della democrazia in cui il popolo avrebbe finalmente preso la parola e partecipato alla gestione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/03/Schermata-300x187.png" alt="Schermata" title="Schermata" width="300" height="187" class="alignleft size-medium wp-image-1522" /><br />
<strong>Arturo Di Corinto<br />
Per <a href="http://novareview.ilsole24ore.com/articoli/46975">Il Sole 24 Ore &#8211; Nova Review</a><br />
del 11 marzo 2010</strong><br />
</strong></p>
<p>Dopo che Al Gore ebbe lanciato l&#8217;idea delle information superhighways, debitore dello slogan a un padre che si occupava di autostrade, si parlò di una nuova era ateniese della democrazia in cui il popolo avrebbe finalmente preso la parola e partecipato alla gestione della cosa pubblica grazie a Internet. Successivamente si sprecarono le analisi sul ruolo di Internet nelle elezioni politiche e si disse che finalmente i piccoli partiti avrebbero potuto gareggiare ad armi pari sulla rete grazie a una tecnologia che riduceva le differenze di budget, visibilità e consensi presso l&#8217;elettorato grazie a computer domestici e accessi flat-rate per il passaparola politico. Previsioni sbagliate, visto che a poco a poco ci si rese conto che quelli con più soldi avrebbero fatto i siti più belli, ingaggiato i migliori consulenti e realizzato i contenuti più adatti a creare sinergie con altri mezzi di informazione. La vicenda di Obama non è un&#8217;eccezione a questo processo definito di normalizzazione della rete. Obama era certo un candidato con una storia da raccontare, capace di intrattenere e di far sognare, con una larga base di militanti, ma soprattutto era sostenuto da una macchina elettorale che raccoglieva e reinvestiva soldi nella campagna via Internet per posizionarlo dentro e fuori il web e i social network meglio degli avversari. Da allora tutti hanno provato a copiarlo, con alterne fortune.<span id="more-1506"></span><br />
Il rapporto fra i politici italiani e la rete rimane invece un rapporto non facile, caratterizzato da diffidenze reciproche gonfiate anche da un giornalismo improvvisato e sensazionalistico. A complicare il rapporto fra Internet e politica, l&#8217;equiparazione tra Facebook e l&#8217;eversione degli anni 70, le denunce nei confronti dei blogger per un post di troppo, gli endorsement fasulli per questo o quel candidato.<br />
Eppure approssimandosi la competizione elettorale, i partiti sembrano in parte aver fatto tesoro dei cattivi esempi che l&#8217;uso di Internet applicata alla politica ci aveva finora offerto: i siti volantino e i blog chiusi ai commenti, fotografie ammiccanti e nessuna interattività col pubblico elettorale.<br />
Qualcosa è cambiato, e si vede nel buon livello di sofisticazione tecnologica dei siti dei candidati, che oggi hanno mappe georeferenziate, tag cloud e messagistica SMS, videoclip, suonerie e le icone dei social network. A guardare meglio, però, si tratta per lo più di bandierine piazzate in fila che permettono di accedere a contenuti striminziti che ripetono il vecchio rituale della propaganda politica e che enfatizzano all&#8217;eccesso la vetrinizzazione del candidato in rete, che accumula fan su Facebook e follower su Twitter senza un vero dialogo con l&#8217;elettore.<br />
Alcuni abbozzano timidi tentativi di negative campaigning, la propaganda negativa in cui si critica e ridicolizza l&#8217;avversario ribaltandone il messaggio. Mentre auasi tutti i candidati che campeggiano coi loro manifesti sui muri non rinunciano a indicare il proprio sito web al passante distratto, quasi nessuno di loro si dedica a fare seeding del proprio indirizzo e dei propri contenuti, accontentandosi per la più di piazzare qualcosa sui media sociali. Così gli iscritti ai canali youtube dei candidati sono pochi, i post su Facebook sono prevalentemente dello staff, le discussioni sui blog rare. Ma nessuno, proprio nessuno, prova a fare l&#8217;esperimento che servirebbe: costruire il programma proprio e del partito in rete in completa trasparenza. Si chiama Wikidemocracy. La democrazia del Wiki.<br />
Eppure casi di eccellenza ce ne sono. Renato Brunetta ha lanciato il suo social network Grande Venezia e un&#8217;applicazione per iPhone da cui accedere a programma, news e sondaggi del candidato sindaco. Il partito di Vendola  ha lanciato la campagna “Mettiamoci la faccia”e invita a scaricare un messaggio di sostegno già pronto, stamparlo, farcisi una foto e caricarlo sul sito di Sinistra, Ecologia e Libertà. Il più tecnologico sembra il sito del candidato PDL in Lombardia, Formigoni, che interagisce via smartphone con gli elettori e pubblica i loro SMS sul sito. E data l&#8217;enfasi posta sulla comunicazione mobile sembra l&#8217;unico ad avere capito che è quella la killer application della futura comunicazione politica.<br />
Parecchi offrono il proprio programma alla discussione in rete. L&#8217;Italia dei Valori fa un eccellente uso di video professionali per presentare gli 11 punti del programma (assai commentati), in Campania l&#8217;accattivante sito di Stefano Caldoro invita gli elettori a contribuire al programma, già scritto, inviando le proprie idee dal sito (ma non si sa dove finiscono), offrendolo ai commenti dei lettori (rarissimi), cosa che non accade col ricco sito di Roberto Formigoni dove in tanti hanno votato una proposta per incentivare il telelavoro e sostenere le aziende.<br />
La moda del momento comunque sembrano essere le tag cloud e il servizio di SMS che, se talvolta non funziona, serve a costruire utili database per contattare gli elettori. Molti non disdegnano la richiesta di finanziare la campagna con meccanismi tanto complicati da renderla inefficace.<br />
Se il sito di Filippo Penati è graficamente pulito ed elegante, e implementa strumenti di condivisione come Share this, il sito di De Luca offre, come altri, un&#8217;utile mappa dei comitati elettorali e un numero verde cui gentilissime operatrici rispondono per dare informazioni su programma ed eventi del candidato campano del PD, e lo stesso fa la Polverini.<br />
Tutti esempi di un rapporto in costruzione fra la politica e le logiche del web 2.0 che sconta in molti casi un ritardo culturale e un sospetto malcelato per meccanismi di democrazia non maturati nel faccia a faccia parlamentare e di sezione. Ma che pure ci dicono che esiste un&#8217;imprenditoria diffusa della comunicazione web che ha intercettato alcune tendenze della rete, la crosmedialità, l&#8217;uso di Cms liberi e gratuiti, licenze creative commons e il dialogo aperto con gli oppositori, e che è in grado di farle accettare ai candidati che, quando ne hanno i mezzi, le implementano, senza necessità di capirle fino in fondo. In tutto questo i contenuti della campagna spesso scompaiono e diventano slogan di facile effetto e nessuna verifica. In queste elezioni tecnologiche il mezzo è il messaggio, ma non si può ancora parlare di obamizzazione della politica in rete. Come ha sottolineato Manuel Castells, l&#8217;approccio dei partiti al web 2.0 è tecnologico ma non concettuale perchè la macchina comunicativa resta in mano ai partiti e gli elettori rimangono sullo sfondo a  fare da comparse.<br />
<img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/03/copertina_nova_11032010.jpg" alt="copertina_nova_11032010" title="copertina_nova_11032010" width="276" height="218" class="alignleft size-full wp-image-1516" /></p>
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		<title>Perché l&#8217;uso della rete in politica è un&#8217;arma a doppio taglio</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 12:20:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonti Super Partes
Siti e database per informarsi sui politici. E sulla loro vera storia
Arturo Di Corinto
Per Il Sole 24 Ore
del 11 marzo 2010
I candidati alle regionali 2010 che godono di rendite di posizione come ministri, assessori e consiglieri comunali giocano la loro partita politica su Internet meglio di altri. E usano il web 2.0 in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/03/copertina_nova_11032010.jpg" alt="copertina_nova_11032010" title="copertina_nova_11032010" width="276" height="218" class="alignleft size-full wp-image-1516" /><strong>Fonti Super Partes<br />
Siti e database per informarsi sui politici. E sulla loro vera storia<br />
Arturo Di Corinto<br />
Per <a href="http://www.novaonline.ilsole24ore.com/nova24/">Il Sole 24 Ore</a><br />
del 11 marzo 2010</strong></p>
<p>I candidati alle regionali 2010 che godono di rendite di posizione come ministri, assessori e consiglieri comunali giocano la loro partita politica su Internet meglio di altri. E usano il web 2.0 in maniera abile per rivolgersi all&#8217;elettorato, dimostrando di aver capito l&#8217;importanza dei media sociali per veicolare il proprio messaggio. Molti elettori sembrano gradire e, da buoni tifosi, accettano l&#8217;amicizia su Facebook, postano qualche commento e si fanno veicoli virali delle proposte del proprio candidato. I più bravi favoriscono la nascita di gruppi che li sostengono dal basso come La fabbrica di Nichi (Vendola).<span id="more-1508"></span><br />
Ma mentre i politici si danno battaglia elettorale sul web, vari gruppi non partitici che fanno politica si contendono la scena su Internet. Prima era il Popolo Viola che organizzava in rete il No B-Day suscitando come reazione la proposta di un Sì Berlusconi Day, e poi Il Popolo del pomodoro – un gruppo su Facebook che scommette sulla maggior popolarità di un semplice pomodoro rispetto a Silvio Berlusconi- avvicinato, dopo il grande successo di iscrizioni, circa 600 mila, da un paio di politici lombardi per la cessione del logo (e dei contatti).<br />
Ed è probabilmente questo il motivo per cui nelle ultime elezioni i partiti italiani, pur senza eccessiva convinzione, sono andati a caccia di candidati popolari in rete, e di questa esperti, anche se estranei alle logiche di partito. Una decisione che potrebbe penalizzare tale scelta se riconosciuta come strumentale, oppure premiarla come conclusione di un percorso di maturazione del rapporto di certi partiti, pochi, con la rete.<br />
Ma se la rete si offre come piattaforma di comunicazione globale per rivolgersi agli elettori, rimane un&#8217;arma a doppio taglio per la politica.<br />
Gli elettori che cercano informazioni attendibili sui candidati non vanno a leggere la loro biografia ufficiale, ma usano siti indipendenti che ne raccontano storia, inciampi e disavventure: Open Polis è fra questi il più accreditato. Questo sito tutto italiano per la politica trasparente, mantiene il database della storia personale di tutti i 130 mila politici italiani completa di incarichi, dichiarazioni e voti espressi durante la propria carriera politica. E prima di queste elezioni ha avuto anche un&#8217;altra trovata: quella di somministrare ai politici un questionario per autovalutare la bontà della propria azione politica e di governo. Hanno risposto in 100, in maggioranza dell&#8217;opposizione, e le loro risposte sono consultabili in rete. Sulla scia di Open Polis, la “Mappa del potere” di Casaleggio e associati che, recuperando un vecchio progetto non profit americano, They Rule (Sono loro a comandare), offre un ricco database e un software grafico per individuare i legami esistenti fra manager e imprese utile anche a ripercorrere le carriere aziendali dei candidati per prefigurare futuri rapporti fra gli eletti, la politica e il mondo dell&#8217;industria.<br />
Altri gruppi fanno lobbying su questioni specifiche. L&#8217;Associazione per il software libero ha ideato una campagna, Caro candidato, in cui si chiede a chi corre per l&#8217;elezione di firmare un patto con l&#8217;elettore a difesa della diffusione del free software, da spedire via fax. Un gruppo di supporto su base territoriale si incaricherà di monitorare la fedeltà dell&#8217;eletto rispetto all&#8217;impegno preso. Il pressing di CaroCandidato ha portato alla creazione di un gruppo trasversale di parlamentari europei a sostegno del software libero.<br />
Altre proposte rimangono per lo più allo stadio di idee, ma sono potenzialmente dirompenti. E&#8217; il caso del sito wikidemocracy.org che offre uno spazio wiki dove costruire il programma con i partiti in maniera trasparente, mentre uno strumento non ancora importato in Italia, traccia la diffusione dei video politici dentro YouTube. Si chiama Videobarometro e categorizza i link generati tra i blog “conservative” e “liberal”, per misurare il movimento delle idee dentro i social network. Ma per i cyberelettori uno degli strumenti più potenti e più pericolosi per la credibilità dei candidati in rete rimane la cache dei motori di ricerca che non vuole saperne di rispettare uno spesso invocato e discutibile “diritto all&#8217;oblio”. </p>
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		<title>Fragilità Strutturale</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 10:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[ilsole24ore]]></category>

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		<description><![CDATA[
 Fragilità Strutturale
Arturo Di Corinto
per Il Sole 24 Ore-Nova
Giovedì 7 Gennaio 2010
Nonostante la felssibilità dei protocolli, Internet rischia di collassare ogni giorno
Internet ha compiuto quarant&#8217;anni. Anche se li porta bene e noi diamo la sua esistenza per scontata, non è proprio così. E non solo per il divario che divide il mondo fra quelli che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/01/copertina_nova_07012010.jpg" alt="copertina_nova_07012010" title="copertina_nova_07012010" width="276" height="218" class="alignleft size-full wp-image-1412" /><br />
<strong> Fragilità Strutturale<br />
Arturo Di Corinto<br />
per <a http://www.novaonline.ilsole24ore.com">Il Sole 24 Ore-Nova</a><br />
Giovedì 7 Gennaio 2010</p>
<p>Nonostante la felssibilità dei protocolli, Internet rischia di collassare ogni giorno</strong></p>
<p>Internet ha compiuto quarant&#8217;anni. Anche se li porta bene e noi diamo la sua esistenza per scontata, non è proprio così. E non solo per il divario che divide il mondo fra quelli che l&#8217;hanno usata più di una volta, un miliardo e mezzo di persone, e tutti gli altri, ma perché rischia di crollare sotto il peso del suo successo. Con le applicazioni del web 2.0, il cloud computing, i dispositivi senza fili, il file sharing, telefonia e Tv over IP, Internet diventa ogni giorno più fragile e difficile da gestire, nonostante ingegneri e aziende siano finora riusciti a trovare toppe e rimedi ai suoi problemi. Il motivo va ricercato nella logica di progettazione di un sistema che, pur potente e flessibile, prevedeva che tutti i suoi utilizzatori fossero noti e fidati e che i computer connessi a Internet fossero fissi e non si spostassero da un luogo all&#8217;altro. Esattamente il contrario di quello che succede oggi e che ha fatto dire a Richard Clarke, l&#8217;esperto antiterorrismo di Clinton, che rischiamo una “Pearl Harbour digitale”.</p>
<p>Per capire perché facciamo un salto nel passato. Il 29 ottobre del 1969 veniva effettuata la prima connessione fra due computer remoti, uno all&#8217;Università della California, Los Angeles, l&#8217;altro allo SRI dell&#8217;Università di Stanford a Palo Alto. Divennero centinaia nel giro di pochi mesi. Due erano le grandi novità della rete che li collegava, il packet switching, l&#8217;idea di spezzettare le informazioni che viaggiano in rete come fossero i vagoni di un trenino che ad ogni ostacolo cercano da soli la strada migliore per aggirarlo e poi a destinazione si ricongiungono, e l&#8217;uso degli Imp, computer intermedi per instradare questi pacchetti-vagoncini. Il risultato evidente era che una rete così pensata poteva essere indifferente a interruzioni di percorso dovute al malfunzionamento di uno dei suoi nodi. <span id="more-1406"></span><br />
Il progetto di questa rete di computer che avrebbe collegato fra di loro vari centri di ricerca, pubblici e privati, militari e accademici, era finanziato dall&#8217;agenzia di ricerca del Dipartimento americano della Difesa, l&#8217;ARPA, e da qui nacque la leggenda per cui Internet fosse nata come un&#8217;arma per le funzioni di comando e controllo dell&#8217;esercito americano. Ma l&#8217;obiettivo della rete dell&#8217;Arpa era di collocare meglio le risorse scientifiche esistenti, e superare la paura di un paese che con il lancio dello Sputnik russo temeva di perdere la guerra fredda e non solo la corsa alla conquista dello spazio.</p>
<p>Coloro che si succedettero alla guida di questo ambizioso progetto non erano militari ma accademici, due su tre erano psicologi, seguaci delle teorie dell&#8217;informazione del nobel Claude Shannon. Per loro Internet, che all&#8217;epoca si chiamava ancora Arpanet, prima di essere divisa in Arpa-Internet e Milnet nel 1982, doveva essere un dispositivo di comunicazione aperto. Poi sappiamo come è andata, nel 1971, Ray Tomlinson inventerà la posta elettronica; nel 1973 Vinton Cerf e Bob Kahn i protocolli di comunicazione fra i computer in rete mentre gli hacker del Mit cominciavano a usarla per connettere le persone più che le macchine, come aveva presagito il primo direttore del progetto, JR Licklider: “Fra quarant&#8217;anni avremo più tastiere che matite”, amava dire.<br />
Oggi Internet è diventata la più grande agorà pubblica della storia dell&#8217;umanità. Ma era stata progettata per connettere alcune centinaia di computer, non per gestire gli exabyte di dati odierni che ci portano in casa i miliardi di video di Youtube e le chiacchiere di centinaia di milioni di utenti di Facebook e affini. La forza che deriva dalla sua apertura è anche la sua debolezza.</p>
<p>Perciò, anche se si parla sempre più spesso dei pericoli legati a Internet, quasi nessuno parla dei pericoli che Internet corre quale piattaforma di comunicazione globale. Infatti, nonostante la flessibilità dei suoi protocolli e una filosofia di funzionamento basata sul “rough consensus and running code” delle Request For Comments (le regole per farla funzionare), la rete rischia di collassare ogni giorno, per debolezza infrastrutturale e scarsa manutenzione, per gli attacchi al DNS, i Distributed Denial of Service, incidenti e sabotaggi dei cavidotti, virus e spamming, ma anche a causa degli aggiornamenti automatici massivi dei pc che inceppano software e sistemi. Altri e altrettanto gravi sono però i pericoli di carattere “culturale” che ne pregiudicano la diffusione e l&#8217;evoluzione. La discriminazione dei bytes che essa trasporta e la fine della net neutrality, la censura politica e la violazione della privacy degli utenti, il soffocamento della libertà d&#8217;espressione in seguito all&#8217;aumento di cause legali e le minacce di disconnessione dalla rete per sospetta e ripetuta violazione del copyright, per l&#8217;omofilia, ma soprattutto l’assenza di un progetto complessivo di governance mondiale della rete stessa in assenza della quale le reti nazionali potrebbero trasformarsi in reti autarchiche con proprie e diverse regole.<br />
Problemi che secondo Vinton Cerf troveranno soluzione nella maturazione degli utenti e nell&#8217;allargamento della loro platea, anche perché un blocco totale della rete più volte temuto, non si è mai realizzato e perché i pericoli veri starebbero più nella scarsa protezione dei singoli computer che nella debolezza dell&#8217;infrastruttura. Intanto, mentre il consorzio universitario per l’Internet 2 (<a href="http://www.internet2.edu">http://www.internet2.edu</a>) continua a sperimentare la sua rete di ricerca ultraveloce, la National Science Foundation americana finanzia copiosamente gli studi – reti senza fili, nodi che si autocertificano contro i virus, simulazioni di attacchi terroristici alle infrastrutture critiche &#8211; per progettare una Internet di nuova generazione, stavolta a prova di bomba, termonucleare, s&#8217;intende.</p>
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