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	<title>ArDiCor &#187; Testate giornalistiche</title>
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	<description>Open Source e diritti digitali nell'innovazione tecnologica</description>
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		<title>La Repubblica: Dietro il risiko dell&#8217;ACTA, minaccia globale alla libertà</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 00:09:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
Dietro il risiko dell&#8217;ACTA, minaccia globale alla libertà
Che cosa muove il trattato anticontraffazione firmato da 22 dei 27 paesi UE a Tokyo, quali sono i suoi punti deboli e come impatterà nell&#8217;ecosistema web. L&#8217;Italia sarà legalmente vincolata a questo accordo anche se il Parlamento italiano non è mai stato informato nel merito dei contenuti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/02/la-repubblica-it-logo.png"><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/02/la-repubblica-it-logo.png" alt="" title="la-repubblica-it-logo" width="270" height="50" class="alignleft size-full wp-image-2092" /></a><br />
<a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/01/31/news/acta_minaccia_globale-29074961/">Dietro il risiko dell&#8217;ACTA, minaccia globale alla libertà</a><br />
Che cosa muove il trattato anticontraffazione firmato da 22 dei 27 paesi UE a Tokyo, quali sono i suoi punti deboli e come impatterà nell&#8217;ecosistema web. L&#8217;Italia sarà legalmente vincolata a questo accordo anche se il Parlamento italiano non è mai stato informato nel merito dei contenuti di <strong>ARTURO DI CORINTO per <a href="http://www.repubblica.it">Repubblica</a> del 31 gennaio 2012</strong></p>
<p>VENTIDUE dei ventisette paesi membri dell&#8217;Unione europea hanno firmato il Trattato anticontraffazione &#8220;ACTA&#8221; 1 a Tokyo, ma già a dicembre il Consiglio Europeo lo aveva adottato durante un incontro su agricoltura e foreste. Un fatto che ha suscitato una vasta opposizione fra i cittadini e la chiamata in causa dell&#8217;Europarlamento che dovrà ratificare l&#8217;accordo o rigettarlo, entro giugno. Nel frattempo il relatore Ue del trattato per il commercio internazionale, Kader Arif, si è dimesso denunciando l&#8217;accordo come una pagliacciata, in Polonia sono scesi in piazza per contestarlo, Anonymous ha attaccato siti e agenzie in risposta, e un vasto movimento d&#8217;opinione oggi scuote la rete per chiederne l&#8217;abrogazione. In un&#8217;analisi appena diffusa dalla coalizione anti-Acta si spiega perché 2.<br />
<span id="more-2743"></span><br />
I motivi sono di forma e di sostanza. Di sostanza, perché l&#8217;accordo anticontraffazione non riguarda solo la contraffazione e pur con il legittimo obiettivo di favorire la lotta alla pirateria alimentare, dei farmaci, di film e musica, chiama in correo chiunque possa conoscere o fornire informazioni sui sospetti responsabili di tali reati, ad esempio gli Internet service providers e gli intermediari di servizi Internet (come Google, Yahoo! o Wikipedia), cui assegna il ruolo di sceriffi nell&#8217;accertamento di queste violazioni.</p>
<p>Al comma 3 dell&#8217;articolo 27 l&#8217;accordo prevede la &#8220;cooperazione&#8221; fra i titolari dei diritti e gli Isp secondo un meccanismo &#8220;extragiudiziale&#8221; o &#8220;alternativo al tribunale&#8221;. Significa che i compiti di polizia &#8211; sorveglianza e raccolta di prove  &#8211;  quelli giudiziali, le sanzioni, possono essere affidati a soggetti privati bypassando l&#8217;autorità giudiziaria e il diritto a un giusto processo. A riprova di questo ruolo da sceriffi, nel comma successivo il trattato consente ai titolari di diritti di ottenere dati privati sugli utenti dai fornitori di servizi Internet senza la decisione di un giudice. Il dispositivo non è vincolante ma può essere modificato con un emendamento. Inoltre le sanzioni civili previste possono ricadere sugli intermediari ed essere usate per convincerli a &#8220;cooperare&#8221;. A dispetto di molti studi che smentiscono i dati sulle perdite dell&#8217;industria dei contenuti causati dalla pirateria (come dice la &#8220;Corte dei Conti&#8221; 3 degli Stati Uniti), Acta prevede che la stima dei danni venga fatta dai titolari dei diritti e non sulla base di analisi precedenti e indipendenti.</p>
<p>Ma quello che preoccupa è che così facendo si pongono i diritti di proprietà intellettuale a un livello più alto degli altri, come quella alla libertà d&#8217;espressione, d&#8217;opinione e alla privacy, tutto il contrario di quanto è stato raccomandato in sede Onu nello speciale rapporto sulla promozione e la protezione della libertà di opinione e di espressione che dice esplicitamente che non si possono filtrare, censurare e disconnettere dalla rete i presunti sospetti di violazione dei diritti di proprietà intellettuale 4.</p>
<p>In aggiunta, sempre all&#8217;articolo 27, il trattato crea una cultura del sospetto che non favorisce mercato e concorrenza perché impedisce di usare il patrimonio culturale preesistente, quali le opere orfane, e tratta come reati anche la condivisione senza scopo di lucro delle opere tutelate da copyright criminalizzando strumenti, tecniche e piattaforme di condivisione come i blog, i network peer to peer, il free software e altre tecnologie che contribuiscono a disseminare cultura e conoscenza.</p>
<p>Open Government? L&#8217;obiezione ad ACTA è di metodo, perché pur col proposito legittimo per gli Stati di rafforzare la repressione contro la contraffazione dei marchi, la violazione dei brevetti e la falsificazione delle opere dell&#8217;ingegno &#8211; l&#8217;accordo è il risultato di trattative segrete che sono trapelate solo grazie agli sforzi di un&#8217;ampia coalizione internazionale e ai cable di wikileaks. Nello specifico, Edri 5, EFF 6, La Quadrature du net 7, e molti parlamentari europei denunciano dal 2008 come l&#8217;accordo abbia bypassato le sedi competenti in materia di brevetti e copyright quali la WIPO e la WTO che hanno chiare garanzie procedurali; che l&#8217;accordo è stato negoziato a porte chiuse; che i documenti negoziali non sono tutti disponibili quindi è impossibile interpretare correttamente alcune sue parti; che l&#8217;accordo non tiene conto dell&#8217;impatto economico e sociale che produce e riutilizza vecchi dati relativi all&#8217;IPRED I e II (la vecchia &#8220;Direttiva enforcement&#8221;), in un contesto diverso da quello odierno dell&#8217;economia di rete.<br />
8<br />
Ma quello che pare insopportabile è soprattutto la creazione di una nuova istituzione, &#8220;il Comitato ACTA&#8221; con l&#8217;incarico di interpretare e implementare il trattato ma senza garanzie che operi in maniera aperta, trasparente, inclusiva e soggetta a pubblico scrutinio e che appunto potrà cambiare il trattato &#8220;in corsa&#8221;, dando però la facoltà ai firmatari di &#8220;uscirne&#8221; in seguito a cambiamenti rilevanti.</p>
<p>Nonostante gli sforzi del Consiglio Europeo e dei negoziatori per rintuzzare tali accuse e rendere politicamente corretto ogni passaggio del trattato questa opacità è già di per sé stessa motivo di indignazione poiché esemplifica un meccanismo arbitrario che fa carta straccia della retorica dell&#8217;open government di cui tanto si parla, facendo della UE il contrario di una democrazia partecipata.  Non è infatti pensabile che nel terzo millennio decisioni di tale rilevanza siano prese senza consultare i cittadini, anzi, tenendoli all&#8217;oscuro. Addirittura la stessa amministrazione Obama ponendo il segreto su ACTA per motivi di sicurezza nazionale  aveva ammainato la bandiera dell&#8217;open government.</p>
<p>Insomma, facendo leva sulle presunte perdite economiche che l&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento da alcuni anni a sproposito lamenta, si vuole modificare gli ordinamenti giudiziari locali per rendere i fornitori di servizi responsabili di quanto la Rete veicola, al fine di obbligarli a diventare i gendarmi delle corporation così come Disney, Mediaset, NewsCorp hanno chiesto alla UE nel 2006 9. Questo è un altro motivo di disappunto. Far modificare il quadro normativo e giuridico europeo per adattarlo alla politica dei lobbisti di un altro paese è una questione di sovranità nazionale.</p>
<p>La nuova economia. Ma come si è arrivati a questo? E&#8217; chiaro che i paesi occidentali hanno rinunciato da tempo a competere con i Brics sulla produzione manifatturiera e questo accordo evidenzia il fatto che in un&#8217;economia globale e finanziarizzata la competizione si è spostata dalla qualità delle merci alle aule di tribunale, dalla disponibilità di materie prime alla tutela degli asset immateriali delle aziende e quindi all&#8217;adozione di meccanismi legislativi in grado di applicare norme vantaggiose per i titolari di diritti intellettuali, spesso a discapito degli interessi stessi dei singoli paesi aderenti.</p>
<p>ACTA, infatti, nonostante il nome, non si occupa solo di contraffazione ma di ogni aspetto della cosiddetta proprietà intellettuale come definita dagli accordi Trips, e quindi di brevetti, copyright, marchi, segreto industriale, indicazioni geografiche, circuiti integrati, disegno industriale e pratiche competitive.  Le multinazionali che spingono ACTA hanno un interesse specifico nel campo dei biocarburanti e dei farmaci, quindi degli alimenti geneticamente modificati, delle sementi, delle molecole, dei metodi e processi di trasformazione della materia o dell&#8217;energia. In un&#8217;economia fatta di idee, informazioni, conoscenze e scambio linguistico dove il capitale fluisce nei circuiti finanziari e l&#8217;impresa è deterritorializzata, la proprietà intellettuale non è solo un fatto di film e musica.</p>
<p>ACTA inoltre impone delle restrizioni all&#8217;interoperabilità dei contenuti e del software che arrecheranno notevoli danni ai consumatori e alle piccole e medie imprese ed introduce il concetto di &#8220;incitamento alla violazione del copyright&#8221; che non fa parte del quadro legale europeo e ostacola l&#8217;accesso ai contenuti anche quando questo è legale.</p>
<p>Questo solo esempio ci fa capire che Acta disincentiva l&#8217;innovazione che spesso cresce in quell&#8217;area grigia dove è facile violare la proprietà intellettuale mentre si fa ricerca e innovazione all&#8217;interno di un processo che viene frenato dal timore di cause legali a causa dell&#8217;incetta di brevetti e copyright da parte delle corporations  che si traduce in una vera e propria barriera al mercato per le piccole e medie imprese.</p>
<p>Se un rafforzamento della repressione contro la falsificazione dei prodotti può essere condivisibile e auspicabile, in particolare per quanto riguarda la tutela della salute delle persone, non è possibile ammettere altrettanto quando ciò riguarda il diritto dei paesi in via di sviluppo all&#8217;accesso ai farmaci e l&#8217;inibizione all&#8217;utilizzo della Rete per le persone che, senza scopo di lucro, condividono cultura e conoscenza attraverso il medium del nuovo millennio, in particolare quando ciò viene fatto con procedure invasive della privacy e senza garanzie giudiziarie. </p>
<p>Il Trattato ACTA contiene disposizioni che andrebbero a modificare il quadro legale dell&#8217;Unione Europea, rendendo responsabili i fornitori di connettività e servizi di ciò che le persone immettono su Internet, facendo cadere i principi di mere conduit e di neutralità della Rete che sono stati i fondamenti grazie ai quali essa finora è riuscita ad affermarsi come strumento essenziale per il commercio, la libertà d&#8217;espressione, l&#8217;arricchimento culturale e la partecipazione democratica.</p>
<p>Acta: un fatto legislativo, non commerciale. Negli Usa non è considerato un trattato. Se lo fosse, dovrebbe passare per un voto al Senato, ma l&#8217;amministrazione Obama lo ha dichiarato un &#8220;accordo esecutivo&#8221; che lo renderebbe vincolante solo in accordo alla Convenzione di Vienna sulla Legge dei Trattati del 1969 che non è stata ratificata dagli Stati Uniti. La manovra americana è perfettamente coerente con gli scopi dell&#8217;amministrazione Obama di mantenere un&#8217;asimmetria vantaggiosa per gli interessi dell&#8217;industria della &#8220;proprietà intellettuale&#8221; di casa propria: esportare un tipo di enforcement concernente la &#8220;proprietà intellettuale&#8221; verso paesi terzi, senza essere vincolati da quell&#8217;enforcement, per permettere alle industrie americane di conquistare un vantaggio competitivo rispetto alle industrie straniere.<br />
ACTA lederà le libertà dei cittadini italiani e il commercio nazionale molto più di qualsiasi ordinario accordo commerciale.</p>
<p>L&#8217;Italia sarà legalmente vincolata a questo accordo, ma il Parlamento italiano non è mai stato informato nel merito dei contenuti né ha potuto analizzare l&#8217;impatto che questo accordo avrà sul nostro sistema legale anche se la tanto discussa delibera AGCOM ne recepisce quasi interamente le ragioni (Vedi Repubblica del 5 maggio 10). </p>
<p>ACTA è solo in apparenza un accordo commerciale: in realtà esso è di natura legislativa. Perciò è Inaccettabile che i parlamentari italiani siano stati esclusi dal processo, mentre 42 dirigenti delle industrie con interessi correlati a brevetti e copyright hanno potuto accedere ai documenti e concorrere alla loro formulazione, mentre si richieda di accettare come fatto compiuto i risultati di un lavoro svolto in segreto.<br />
Non è ammissibile che a decidere del futuro della libertà e ad interferire con le leggi di uno Stato sovrano siano pochi funzionari e rappresentanti di corporation.</p>
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		<title>Arcireport: ACTA, una guerra politica</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 23:42:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
ACTA: una guerra politica
Arturo Di Corinto
per ARCIREPORT anno X, n. 4, 31 gennaio 2012 
E così ce l&#8217;hanno fatta. Le grandi multinazionali sono riuscite a imporre all&#8217;Unione Europea la firma del trattato ACTA, l&#8217;accordo globale anticontraffazione. Con la scusa di tutelare i diritti di proprietà intellettuale dei produttori di farmaci, alimenti, canzoni e film dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2012/02/logoarci.jpeg"><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2012/02/logoarci.jpeg" alt="" title="logoarci" width="240" height="170" class="alignleft size-full wp-image-2741" /></a><strong><br />
ACTA: una guerra politica<br />
Arturo Di Corinto<br />
per <a href="http://arci.it/arci_report/index.htm">ARCIREPORT</a> anno X, n. 4, 31 gennaio 2012 </strong></p>
<p>E così ce l&#8217;hanno fatta. Le grandi multinazionali sono riuscite a imporre all&#8217;Unione Europea la firma del trattato ACTA, l&#8217;accordo globale anticontraffazione. Con la scusa di tutelare i diritti di proprietà intellettuale dei produttori di farmaci, alimenti, canzoni e film dalla pirateria globale, poche corporations sono riuscite ad anteporre i propri profitti alla libertà di espressione, di ricerca, di cooperazione, mettendo a rischio economie di sussistenza, il diritto alla salute e alla cultura e trasformando Internet in uno stato di polizia. <span id="more-2739"></span><br />
Dopo tre anni di accordi riservati, pesanti azioni di lobbying, e di sberleffi al Parlamento Europeo, l&#8217;accordo è stato siglato a Tokio da una quarantina di paesi fra cui USA, Giappone, Canada, Australia e Unione Europea. Dicono dovrebbe armonizzare le regole e le modalità di enforcement sulla proprietà intellettuale, ma la verità é che si tratta di un imponente dispositivo di censura e autocensura che prevede dure sanzioni e persino la galera per chi ne viola le regole. Alla faccia della privacy. Per chi produce farmaci generici, ad esempio, visto che In base ad Acta, le grandi aziende farmaceutiche potranno richiedere e ottenere i nominativi di chi sta facendo ricerche su farmaci basati su brevetti e impedire le ricerche sugli equivalenti generici, mentre le major del disco potranno chiedere ai provider i dati degli utenti sospetti di violazione del copyright. Senza l&#8217;intervento della magistratura.<br />
La posta in gioco è alta e non ha niente a che vedere con la tutela dei cittadini.<br />
ACTA è “un&#8217;evoluzione” dei famigerati TRIPs (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights) gli accordi sul libero commercio intesi fra l&#8217;altro a limitare la commercializzazione di farmaci anti-Aids; é figlia del pessimo Telecom Package che dovrebbe armonizzare il mercato europeo delle telecomunicazioni ponendo pesanti restrizioni al libero uso della rete; é il coronamento degli sforzi della lobby anti-Internet che dal 2005 chiede, passando per il governo americano, che l&#8217;Europa attui un pesante giro di vite sulla diffusione di contenuti online remixati dagli utenti.<br />
Il tema è geopolitico. Obiettivo sono la Cina e la Russia, vasti mercati di copie illegali del l&#8217;industria hollywoodiana, l&#8217;India e il Sudafrica, dove si sperimentano i farmaci generici salvavita, il Brasile, dove si ampliano gli appezzamenti di terra coltivata con sementi OGM brevettate. La crisi economico-finanziaria che morde l&#8217;Occidente ha anche questo come effetto, l&#8217;irrigidimento delle norme a tutela degli asset immateriali delle imprese che invece di competere sulla qualità e l&#8217;innovazione dei propri prodotti, cerca di non perdere un euro o un dollaro di revenues legate a royalties e brevetti. Ma sotto sotto c&#8217;è anche un attacco di tipo politico. Contro Obama, notoriamente sostenuto dai grandi intermediari della comunicazione come Google, Facebook, Twitter, e i grandi fornitori di connettività, attraverso cui la “pirateria” si declina, e che non per caso sono contrarie ad ACTA, all&#8217;opposto delle associazioni dei discografici e dei cinematografici, insieme a un pugno di multinazionali del farmaco come Monsanto e Pfizer. La cosa sarebbe farsesca se non fosse tanto drammatica. Proprio loro che campano sulla biopirateria e sul copyright di opere della cultura orale come fa Disney, chiedono un giro di vite contro i pirati. Ma l&#8217;accordo deve essere ratificato a giugno dall&#8217;Europa. Le dimostrazioni di strada contro ACTA negli Usa, in Inghilterra e in Polonia, e gli attacchi di Anonymous in rete contro le multinazionali, ci dicono che non tutto è perduto.</p>
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		<title>Emergency: Activism or &#8220;slacktivism&#8221;?</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 21:43:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Emergency]]></category>

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		<description><![CDATA[
Attivismo 2.0: “friending”, “liking”, “commenting”, “retweeting”. Solo la consapevolezza genera impegno
Arturo Di Corinto
per E-il mensile di Emergency di Febbraio 2012
All&#8217;nizio c&#8217;era l&#8217;attivismo. Diverso dalla militanza nei partiti e nelle associazioni, l&#8217;”activism”, é l&#8217;azione diretta dei movimenti di base per denunciare un torto, contestare una scelta politica e dare voce alla protesta sociale su questioni specifiche. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/04/logo_emergency.gif"><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/04/logo_emergency.gif" alt="" title="logo_emergency" width="250" height="267" class="alignleft size-full wp-image-2162" /></a><strong><br />
<strong>Attivismo 2.0: “friending”, “liking”, “commenting”, “retweeting”. Solo la consapevolezza genera impegno<br />
Arturo Di Corinto<br />
per E-il mensile di <a href="http://www.emergency.it/e-il-mensile-di-emergency.html">Emergency</a></strong> di Febbraio 2012</strong></p>
<p>All&#8217;nizio c&#8217;era l&#8217;attivismo. Diverso dalla militanza nei partiti e nelle associazioni, l&#8217;”activism”, é l&#8217;azione diretta dei movimenti di base per denunciare un torto, contestare una scelta politica e dare voce alla protesta sociale su questioni specifiche. Poi è venuto l&#8217;hack-tivism, l&#8217;attivismo al computer, l&#8217;azione diretta in rete con tecniche da hacker, e dopo ancora il media-attivismo, l&#8217;uso consapevole e critico di telecamere, televisioni di strada e web-tv autogestite. Oggi va di moda l&#8217;attivismo 2.0. Giovani e meno giovani hanno abbracciato i social media (il web 2.0) per promuovere campagne sociali e fare attivismo oltre le forme tradizionali degli scioperi, delle occupazioni, dei boicottaggi, dei cortei e delle petizioni virtuali.<br />
Questa nuova forma di attivismo che si esprime nel “Mi piace” di Facebook, nel commentare un video su Yutube o “retwittare” un post, pretende di contribuire a una singola causa con un piccolo atto pratico, un semplice click, ma spesso si risolve nel suo peggiore estremo, il clicktivism. Puoi twittare una causa e votarla su Facebook senza coinvolgerti in nessuna azione diretta o sentire che sei importante per il suo successo. Quel gesto ripetuto si trasforma allora in “slacktivism”, l&#8217;attivismo fannullone che non si interessa di come è andata a finire. Magari un piccolo click ci porta a impegnarci in una cosa successiva, ma la maggior parte delle cause richiede più di un semplice click. Soprattutto, se questi click non producono azione e cambiamento, c&#8217;è il rischio di diventare cinici e smettere di crederci. Perciò anche se qualcuno usa i social media come parte della propria strategia di cambiamento non vuol dire che li stia usando strategicamente. Ci sono tanti modi di perdere tempo in campagne che non cambiano niente. E non dipende dal fatto che gli strumenti sono inefficaci, ma perchè vengono usati male. Per essere efficaci quei click vanno collegati alle opportunità quotidiane di reagire off-line alle ingiustizie di cui siamo testimoni ogni giorno. Un solo click non basta.</p>
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		<title>Emergency: Wikipedia sì, Wikipedia no. Chi paga la cultura libera online?</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 11:03:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Emergency]]></category>

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		<description><![CDATA[Wikipedia sì, Wikipedia no. Chi paga la cultura libera online?
Arturo Di Corinto
per Emergency di Gennaio 2012
Wikipedia è la più grande enciclopedia online al mondo. È libera e gratuita e per questo oggetto continuo di controversie e critiche, soprattutto da parte dell&#8217;establishment culturale tradizionale il cui ruolo è stato terremotato dalla sua diffusione planetaria. Scritta ogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/04/logo_emergency.gif"><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/04/logo_emergency.gif" alt="" title="logo_emergency" width="250" height="267" class="alignleft size-full wp-image-2162" /></a><strong>Wikipedia sì, Wikipedia no. Chi paga la cultura libera online?<br />
Arturo Di Corinto<br />
per <a href="http://www.emergency.it/e-il-mensile-di-emergency.html">Emergency</a></strong> di Gennaio 2012</p>
<p>Wikipedia è la più grande enciclopedia online al mondo. È libera e gratuita e per questo oggetto continuo di controversie e critiche, soprattutto da parte dell&#8217;establishment culturale tradizionale il cui ruolo è stato terremotato dalla sua diffusione planetaria. Scritta ogni giorno da migliaia di volontari in tutto il mondo dal 15 gennaio 2001, oggi è realizzata in 282 lingue diverse. Due i punti di forza: il software di pubblicazione, un software wiki, da cui il nome, che consente a tutti di creare nuove voci e di editare quelle già pubblicate, e le sue licenze virali &#8211; la Gnu Free Documentation License e la Creative Commons &#8211; che consentono di fare qualiasi uso del sapere in essa incorporato, a patto di attribuirne la paternità a Wikipedia stessa e di non cambiare la licenza con cui quel sapere è stato reso accessibile.<br />
Considerata la migliore del mondo nel settore scientifico, soprattutto nei settori del copyright, telecomunicazioni e crittografia, Wikipedia è detta superiore alla Enciclopedia Britannica grazie al carattere partecipativo di un sistema di revisione basato su versione successive sempre online dello stesso lemma.<br />
Una delle critiche di cui é oggetto è che continua a chiedere delle donazioni, pur avendo un esercizio finanziario in positivo. Le donazioni, fatte dai capitoli locali della Wikimedia Foundation, accusata di non essere in questo trasparente, sono discusse nell&#8217;Assemblea Generale che pubblica il budget e i conti annuali. Perciò la trasparenza è la regola e le donazioni servono a pagare  l&#8217;hardware, la banda e lo staff tecnico.<br />
La domanda da farsi é un&#8217;altra: un “servizio pubblico” come Wikipedia che rende accessibile a tutti e gratuitamente, il tesoro della conoscenza, ha diritto o no a finanziamenti diretti da parte delle istituzioni? C&#8217;é crisi, dicono. Ma allora non sarebbe il caso di rivedere i finanziamenti pubblici a enti culturali, quotidiani e fondazioni che sono meno noti, usati e citati di Wikipedia? <a href="http://www.wikipedia.org">www.wikipedia.org</a> </p>
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		<title>L&#8217;Internet Forum scrive a Mario Monti</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 00:14:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internet Governance]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica.it]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;Internet Forum scrive a Monti
&#8220;Più digitale contro la crisi&#8221;
Gli attori che si battono per lo sviluppo del web in Italia, riuniti a convegno a Trento fino a domani, scrivono al neo senatore a vita chedendogli di affrontare quello che definiscono &#8220;lo spread digitale&#8221; in un paese che si vuole moderno di ARTURO DI CORINTO
per La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/02/la-repubblica-it-logo.png"><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/02/la-repubblica-it-logo.png" alt="" title="la-repubblica-it-logo" width="270" height="50" class="alignleft size-full wp-image-2092" /></a><a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/11/11/news/internet_lettera_monti-24878283/">L&#8217;Internet Forum scrive a Monti</a><br />
&#8220;Più digitale contro la crisi&#8221;<br />
Gli attori che si battono per lo sviluppo del web in Italia, riuniti a convegno a Trento fino a domani, scrivono al neo senatore a vita chedendogli di affrontare quello che definiscono &#8220;lo spread digitale&#8221; in un paese che si vuole moderno di ARTURO DI CORINTO<br />
per <a href="http://www.repubblica.it/">La Repubblica</a> del 11 novembre 2011</p>
<p>TRENTO &#8211; &#8220;Gentile professore Mario Monti, non abbiamo bisogno di ricordarle l&#8217;importanza di Internet, spazio di libertà globale, strumento di organizzazione politica e sociale, sostegno indispensabile dell&#8217;economia&#8221;. Comincia così la lettera/manifesto che i partecipanti all&#8217;Internet Governance Forum 1 di Trento hanno deciso di inviare al presidente del consiglio in pectore per chiedergli un deciso intervento a favore dell&#8217;economia e della società digitali. Un&#8217;idea nata all&#8217;inizio dei lavori del forum (che si conclude a domani) e che ha acquistato consensi man mano che gli incontri procedevano. E l&#8217;Internet Governance Forum di Trento era proprio il contesto ideale per una iniziativa di questa natura visto che da quattro anni raccoglie a convegno l&#8217;intellighenzia digitale del paese &#8211; quest&#8217;anno con oltre 22 panel e 100 relatori, esperti e terorici della rete, blogger e giornalisti, hacker e Internet provider.<span id="more-2639"></span></p>
<p>Tema centrale della lettera l&#8217;economia digitale italiana &#8220;che già rappresenta il 2% del Pil dell&#8217;economia nazionale e che ha finora creato 700 mila posti di lavoro&#8221;, mortificata secondo i firmatari da un mix di sottocultura e interessi che non hanno finora permesso al nostro paese di dispiegare le potenzialità creative e le grandi competenze tecniche e scientifiche di cui dispone, la vera risorsa del paese per uscire dalla crisi e recuperare il posto che gli spetta nelle economie avanzate. Dice la lettera: &#8220;Lo &#8220;spread digitale&#8221; dell&#8217;Italia nei confronti dei principali paesi del mondo ha ormai raggiunto livelli insostenibili anche per la tenuta economica nazionale.</p>
<p>Ancora più preoccupante, anche in queste ore di straordinaria apprensione per la situazione finanziaria del Paese, è il persistere di una condizione di inconsapevolezza politica e di inazione governativa nell&#8217;affrontare tale ritardo che pregiudica gravemente le nostre possibilità di crescita e di sviluppo. In particolare, l&#8217;incapacità di affrontare i problemi legati alla diffusione della banda larga è indegna di un paese che voglia restare in Europa.&#8221;. &#8220;Non si può aspettare il superamento della crisi economica per investire nel digitale, perché, come sancito dalla Commissione Europea nella Strategia 2020, lo sviluppo dell&#8217;economia digitale è una delle condizioni imprescindibili per il superamento stesso della crisi&#8221;.</p>
<p>L&#8217;invito è chiaro, i partecipanti al Forum che sottoscrivono la lettera sono tutti d&#8217;accordo anche nella critica rispetto all&#8217;incapacità dei governi che si sono succeduti a valorizzare il ruolo che l&#8217;Italia stessa ha ssunto con l&#8217;iniziativa per un Internet Bill of Rights nel quadro degli Internet Governance Forum promossi dalle Nazioni Unite. E, dopo aver ricordato i ripetuti tentativi di limitare la libertà in rete e lo sviluppo dell&#8217;economia digitale, finalmente rivolgono il loro appello a Monti: &#8220;Tutti i soggetti presenti all&#8217;Internet Governance Forum si rivolgono a Lei affinché un nuovo governo si impegni concretamente, anche attraverso la nomina di un ministro se necessario, per la piena implementazione di un&#8217;agenda digitale in conformità con quanto stabilito dall&#8217;Europa. Richiamiamo in particolare l&#8217;attenzione sull&#8217;accesso ad Internet come diritto fondamentale della persona, come già riconosciuto da costituzioni, leggi nazionali e risoluzioni del Parlamento Europeo e del Consiglio d&#8217;Europa; sul riconoscimento in via di principio della conoscenza come bene comune globale; sulla garanzia della neutralità della rete in relazione ai flussi di dati; sulla definizione di uno statuto del lavoro in rete&#8221;.<br />
<a href="http://www.igfitalia2011.it">http://www.igfitalia2011.it</a></p>
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		<title>Emergency: Facebook contro tutti</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Nov 2011 13:09:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Emergency]]></category>

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		<description><![CDATA[Facebook vs. World Wide web. Il famoso sito sociale si rinnova e sfida l&#8217;open web
Arturo Di Corinto
per Emergency – il mensile, novembre 2011
Facebook, Facebok, Facebook. Un tormentone, sulla stampa e nei tiggì. D&#8217;ora in avanti sarà possibile condividere con i propri amici su FB non solo testi, video, foto, ma musica, film, giornali, programmi tivvù, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/04/logo_emergency.gif" alt="logo_emergency" title="logo_emergency" width="250" height="267" class="alignleft size-full wp-image-2162" />Facebook vs. World Wide web. Il famoso sito sociale si rinnova e sfida l&#8217;open web<br />
Arturo Di Corinto<br />
per <a href="http://www.e-ilmensile.it/">Emergency</a> – il mensile, novembre 2011</a></strong></p>
<p>Facebook, Facebok, Facebook. Un tormentone, sulla stampa e nei tiggì. D&#8217;ora in avanti sarà possibile condividere con i propri amici su FB non solo testi, video, foto, ma musica, film, giornali, programmi tivvù, dall&#8217;interno della sua piattaforma, senza navigare altrove. Uno strumento che facilita la condivisione di contenuti e le relazioni fra le persone è sicuramente utile, ma con Facebook questo avviene a patto di un un compromesso rilevante: la superficialità delle relazioni, la perdita della privacy e il sovraccarico informativo. La facilità di aggiungere persone al proprio network di relazioni con un colpo di click, ha scatenato la gara a chi aggiunge più amici al proprio carnet. Il risultato è un numero di contatti ingestibile psicologicamente, ma accettabile nella logica di Facebook, fast-food dell&#8217;informazione e piedistallo da cui parlare al “mondo”. La banalizzazione dei rapporti umani che scambia la qualità con la quantità é la spia di due fenomeni della “modernità liquida”, il precariato e la solitudine, dove esibizionismo e voyeurismo si mescolano in una logica televisiva che non lascia scampo: se non stai nel network non esisti. Ma quando non é così- ci sono molti gruppi che lo usano per campagne sociali &#8211; c&#8217;è qualcosa di ambiguo nel successo di Facebook che non ha a che fare né con gli investitori né con la (troppa) stampa a favore. E&#8217; la presa emotiva che ha avuto su tutti noi che cerchiamo conferme, affetto, legami e cose da fare con gli altri. Il rischio di Facebook è l&#8217;<strong>omofilia</strong>, quella brutta abitudine di cercare solo i nostri simili, di parlare con chi ci somiglia, di interessarci solo a chi ci è vicino. L&#8217;omofilia minaccia di impoverire la biodiversità che ha reso Internet la più grande agorà pubblica della storia umana e per questo un grande strumento di pace e di sviluppo. Scoraggiando il web-surfing, Facebook fa di tutto per tenerti dentro e sostituirsi al world wide web, il primo, vero e persistente social network digitale della storia umana che ha compiuto vent&#8217;anni il 6 agosto del 2011. Durerà?</p>
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		<title>L&#8217;Espresso: Precari, è rivolta sul web</title>
		<link>http://www.dicorinto.it/testate/espresso/lespresso-precari-e-rivolta-sul-web</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 22:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Espresso]]></category>

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		<description><![CDATA[Precari, è rivolta sul web
di Arturo Di Corinto
per L&#8217;Espresso del 3 novembre 2011
Un progetto on line chiamato WikiStrike. Per riunire tutti i lavoratori senza diritti e sottopagati. Confrontandosi sul «nuovo schiavismo». E sognando «il primo sciopero mondiale dell&#8217;era digitale» 
“Guadagno 500 euro al mese rispondendo al telefono, affitto il desk e faccio fattura come un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/05/logo_espresso.jpeg" alt="logo_espresso" title="logo_espresso" width="122" height="23" class="alignleft size-full wp-image-2251" /><strong><a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/precari-e-rivolta-sul-web/2165520">Precari, è rivolta sul web</a><br />
di Arturo Di Corinto<br />
per <a href="http://espresso.repubblica.it/">L&#8217;Espresso</a> del 3 novembre 2011</strong></p>
<p>Un progetto on line chiamato WikiStrike. Per riunire tutti i lavoratori senza diritti e sottopagati. Confrontandosi sul «nuovo schiavismo». E sognando «il primo sciopero mondiale dell&#8217;era digitale» </p>
<p>“Guadagno 500 euro al mese rispondendo al telefono, affitto il desk e faccio fattura come un notaio”. “Sono laureata in comunicazione, e passo di lavoretto in lavoretto da tre anni”. “Pensa, lavoro in una società di recupero crediti e mi rinnovano ogni mese”. “Collaboro saltuariamente con un grande giornale, mi pagano 50 euro a pezzo. E sono fortunato”. La disoccupazione giovanile ha toccato vette del 30% e spesso l&#8217;unico modo per procurarsi un reddito è di accettare dei “macjob”, lavori precari, sfruttati e malpagati. La precarietà è una brutta bestia. Non ti permette di progettare, di pensare al futuro, di immaginarti adulto. Ti fa andare in depressione. O scoppiare di rabbia. E&#8217; per questo che anche i giovani ricominciano a parlare di lavoro. Soprattutto in rete.<br />
<span id="more-2626"></span><br />
“La precarietà è un modo di fare profitti anche in periodi in cui l&#8217;economia non cresce. Perciò ci vuole uno sciopero precario”. Comincia così il libro-manifesto di San Precario, collettivo senza padri, padrini e padroni apparso per la prima volta in un Ipercoop di Milano nel 2004 e santificato ogni primo maggio durante la MayDay, la marcia dei precari d&#8217;Europa. Il testo stampato e distribuito in molte situazioni collettive, manifestazioni, riunioni e convegni, è un vero vademecum contro la precarietà esistenziale. <a href="http://www.scioperoprecario.org">http://www.scioperoprecario.org</a>/ Denuncia e riscatto, richiesta di cospirazione (Co-spirare è respirare insieme), nel manifesto riecheggiano molti dei motivi che negli anni hanno portato i movimenti sociali a rivendicare un reddito garantito per tutte e tutti, indipendentemente dal fatto che si lavori o meno (vedi la rete BIN &#8211; Basic income network), ed è una critica feroce al sistema liberista e al capitalismo familiare del nostro paese che precarizza tutti rendendoci nemici. “I disoccupati diventano nemici degli atipici, che competono con i garantiti, e tutti insieme se la prendono coi migranti”. Non assolve nessuno, il manifesto precario, dal pacchetto Treu che ha portato la precarietà in Italia nel 1997 fino alla legge Biagi del 2007 e al collegato lavoro del 2010, cioè al maxicondono per le aziende che hanno approfittato del lavoro precario.<br />
Wikistrike non si limita a semplici rivendicazioni, è un invito all&#8217;azione che denuncia da una parte la disillusione nei confronti delle opzioni riformiste dei difensori del libero mercato, dall&#8217;altra, la consapevolezza di quanta ideologia e costruzione del consenso si nasconda dietro le magnifiche e progressive sorti della comunicazione d&#8217;impresa e del marketing e, in perfetto stile subvertising, ne ribaltano il segno.<br />
I wikistrikers sono infatti fratelli sia degli Steveworkers, i “Lavoratori di Stefano” che oggi hanno un proprio hashtag su Twitter per decostruire l&#8217;apologetica e acritica ricostruzione della figura di Steve Jobs (Stefano lavori!) il quale nella presunta “moltiplicazione degli iPani e degli iPesci” avrebbe reso felice mezzo mondo e schiavizzato il resto. Sono parenti di Lutherblisset, l&#8217;agitatore culturale collettivo che, nelle sue varie declinazioni, ha contribuito a creare una contronarrazione delle magnifiche sorti del capitalismo cognitivo e dell&#8217;innovazione tecnologica, a cominciare da quanto raccontato nella newsletter Giap! Sullo sfruttamento dei lavoratori cinesi della Apple.<br />
Sono amici di tutti i Freelance raccontati da Sergio Bologna e Dario Banfi nell&#8217;ultimo libro “Vita da freelance”. Ma alla fine sono gli stessi di #occupyInternet (che manifestano digitalmente su circa 200 siti nel mondo), che sono gli stessi di #occupyWallStreet, che sono gli stessi dei campeggi indignados, eccetera eccetera&#8230;</p>
<p>I wikistrikers non sono nati oggi. Semplicemente declinano in digitale la rabbia, le utopie e le rivendicazioni dei lavoratori della Silicon Valley di trenta anni fa raccontati magistralmente dalla rivista Processed World (Ribellione nella Silicon Valley. Conflitto e rifiuto del lavoro nel postfordismo, ed. Shake, 1998), snocciolando tecniche di guerriglia semiotica e liste di azioni di sabotaggio da applicare nel mondo del lavoro immateriale. Come? “Immaginate “”se per un giorno non funzionassero i trasporti, se non arrivassero le merci della grande distribuzione, se si intasasero i call center e i server informatici, se non rispondessimo al telefono”&#8230; Siete sicuri che quando una cosa non funziona sia casuale? Siete sicuri che non ci sia in azione un wikistriker stanco e sfruttato? Bene, questo è esattamente quello che vogliono rappresentare.</p>
<p>Ma la vera rivolta dei wikistrikers è contro la comunicazione persuasiva delle aziende che mentre fidelizzano i clienti e precarizzano i  lavoratori. Perciò il finto manifesto pubblicitario, il logo taroccato, la finta trasmissione, radio, la finta associazione, servono a “smacherare e ribaltare, attraverso la cospirazione, il meccanismo di precarietà che sta alla base di uno spot, di un cartellone, dell&#8217;immagine di un&#8217;azienda”.</p>
<p>Alcuni giorni fa ha impazzato sul web la notizia che Internet e le imprese abbiamo creato più posti di lavoro di quanti ne abbia distrutti e la sola critica all&#8217;Italia è che non si dota delle infrastrutture e delle leggi che permetterebbero di aumentare l&#8217;occupazione grazie alla rete. Non tutti la pensano così. Franco Berardi Bifo, coautore del libro L&#8217;Eclissi (Manni editore 2011) ci dice: “è una scioccchezza colossale. La tecnologia distrugge lavoro e basta. La tecnologia serve proprio per liberare gli esseri umani dal lavoro  e dalla fatica. Quando la tecnologia fa il suo lavoro e libera gli umani dalla necessità, crea le condizioni affinchè ciò che essa produce possa essere redistribuito. Il punto è che questa ricchezza non viene redistribuita”. Anche per Carlo Formenti “E&#8217; una sonora scemenza. Nel migliore dei casi un&#8217;affermazione di principio. E comunque dipende dai criteri con cui misuri queste cose. C&#8217;è un generale contrazione dell&#8217;occupazione e va vista in un contesto di riorganizzazione della divisione del lavoro nel mondo”. “Gli aumenti di produttività dovuti all&#8217;uso delle nuove tecnologie, nuovi software e riconoscimento vocale, traduzione etc&#8230; hanno determinato di fatto il massacro dei colletti bianchi, i knowledge workers, perché i colletti blu già sono stati ridotti al silenzio”. Che é proprio la tesi del saggio di DeriveApprodi “Nuova panda schiavi in mano” scritto dal gruppo di lavoro del Centro di Riforma dello Stato e commentato da Mario Tronti.<br />
Ma la rete non costituisce un&#8217;occasione per mettersi in proprio e guadagnare dalla propria creatività liberandosi da ogni vincolo, dal ricatto degli intermediari, creando un canale diretto fra produttore e cliente usando molti servizi gratuiti, dal software alle piattaforme di pubblicazione ai social network? Secondo Wu Ming 1 “Quando sei su Facebook stai lavorando senza essere pagato”.  Dice Bifo: “Quando vivi in rete stai facendo due cose differenti: offri il tuo tempo mentale alla macchina di lavoro del capitalismo cognitivo ma stai facendo anche una cosa che serve al tuo arricchimento personale”. E continua: “solo tu sai cosa stai facendo veramente. FB non è solo strumento di alienazione produttiva, ma anche momento di comunicazione libera e creativa”. Nel libro Felici e sfruttati Formenti parla proprio di sfruttamento del lavoro cognitivo in rete e il suo giudizio è netto: “Quando non paghiamo qualcosa, la sta pagando qualcun altro. Poi il conto ti verrà presentato in qualche modo”. Di diverso avviso le tesi di Roberta Carlini in “L&#8217;economia del Noi” (Laterza 2010), secondo cui la rete ci sta permettendo di emanciparci dal lavoro coatto inteso come prestazione di forza lavoro retribuita e ci permette di sviluppare nuove modalità di costruzione di un&#8217;economia del dono, “l&#8217; economia del noi”, appunto. Comunque la pensate, se ne discuterà a Trento durante l&#8217;Internet Governance Forum e a Pisa durante l&#8217;incontro Tilt.</p>
<p>http://www.precaria.org/wikistrike.html</p>
<p>http://www.scioperoprecario.org/wiki</p>
<p>http://www.precaria.org</p>
<p>http://www.nytimes.com/2011/10/24/technology/economists-see-more-jobs-for-machines-not-people.html</p>
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		<title>L&#8217;Espresso: Linuxday 2011</title>
		<link>http://www.dicorinto.it/testate/espresso/lespresso-linuxday-2011</link>
		<comments>http://www.dicorinto.it/testate/espresso/lespresso-linuxday-2011#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 11:35:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Espresso]]></category>

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		<description><![CDATA[Il pinguino compie gli anni.
Linux, il libero software in festa
Arturo Di Corinto
per l&#8217;Espresso del 20 Ottobre 2011
Linux ha compiuto vent&#8217;anni e il 22 ottobre la comunità che gli ruota intorno ne festeggerà il compleanno al LinuxDay (http://www.linuxday.it). L&#8217;evento, giunto alla sua undicesima edizione, si tiene in 109 città italiane (Milano, Parma, Rimini, Fabriano, Urbino, Pescara, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/05/logo_espresso.jpeg" alt="logo_espresso" title="logo_espresso" width="122" height="23" class="alignleft size-full wp-image-2251" /><strong>Il pinguino compie gli anni.<br />
<a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/linux-il-libero-software-in-festa/2164425">Linux, il libero software in festa</a><br />
Arturo Di Corinto<br />
per l&#8217;<a href="http://espresso.repubblica.it/">Espresso</strong> del 20 Ottobre 2011</a></strong></p>
<p>Linux ha compiuto vent&#8217;anni e il 22 ottobre la comunità che gli ruota intorno ne festeggerà il compleanno al LinuxDay (http://www.linuxday.it). L&#8217;evento, giunto alla sua undicesima edizione, si tiene in 109 città italiane (Milano, Parma, Rimini, Fabriano, Urbino, Pescara, Napoli, Barletta, Potenza, Taranto, Palermo, Cagliari, eccetera eccetera). Nato per una felice intuizione della Italian Linux Society nel 2001, per promuovere Linux e il software libero, è sempre stato organizzato attraverso i LUG (Linux User Group) e spesso nelle facoltà di ingegneria, ma oggi viene festeggaito nei dopolavori ferroviari, nelle scuole medie e nei palazzi della politica di comuni e province. Insomma, prima era una roba da universitari e smanettoni, oggi, nel 2011, il Linux Day viene festeggiato persino all&#8217;Asilo Occupato dell&#8217;Aquila che aspetta di essere ricostruita. In diversi luoghi prevede la commemorazione di Dennis Ritchie, inventore del linguaggio C e sviluppatore della prima versione di Unix, da poco scomparso, ma non di Steve Jobs, fieramente avversato da una comunità che ha fatto della libertà di modifica del software la sua stessa ragione d&#8217;esistenza. Dicono gli organizzatori del Linux Day di Sommacampagna: “La tecnologia è sempre più oppressiva e sempre più strumento di un élite che ci vuole consumatori e schiavi? Eppure, nelle mani &#8216;giuste&#8217;, la tecnologia diventa strumento di liberazione. Linux e il software libero permettono a utenti anche non smanettoni di impadronirsi di tecnologie ostiche, consentendo loro di affrontare &#8216;ad armi pari&#8217; il sistema consumistico.” Molte le tematiche che verranno affrontate nei talk e nei workshop di questa “festa nazionale” insieme a personaggi eminenti della cultura libera. A Parma è previsto il videosaluto di Richard Stallman e il videomessaggio di Eben Moglen, Il linux day di Torino, conta uno dei programmi più densi su scuola, applicazioni e videogames ed è stotto il patrocinio di Comune e Provincia, a Bologna si parlerà di Linux e Computer Forensic con Stefano Fratepietro, e di interoperabilità con Renzo Davoli, sotto il patrocinio del comune e del CNR, di trashware e didattica a Sommacampagna e via dicendo. Quasi ovunque sarà possibile installare un nuovo sistema operativo basato su Linux al posto di Windows.</p>
<p>Perché tanto clamore intorno a un pezzo di software? Perché Linux ha rivoluzionato il mondo dell&#8217;informatica, anche se la sua storia é meno nota di come dovrebbe. Linux è il nome del cuore (il kernel) del sistema operativo libero più famoso del mondo, GNU/LInux, è il concorrente del software di Microsoft, superiore per diffusione a quello di Apple e vero protagonista di Internet.<span id="more-2604"></span></p>
<p><strong>La Storia</strong><br />
Era l&#8217;agosto del 1991 quando uno studente finlandese di nome Linus Torvalds, cominciò a scrivere un nuovo sistema operativo chiedendo di essere aiutato a farlo, con il seguente messaggio: “Ciao a tutti. Sto scrivendo un sistema operativo gratuito, solo come hobby, non sarà mai grande e professionale come il progetto GNU, probabilmente non sarà mai in grado di gestire altro che i dischi rigidi AT, visto che sono gli unici che ho”.<br />
La notizia si sparse rapidamente in tutto il globo e sviluppatori di tutto il mondo cominciarono a scriverne il codice. La prima versione del kernel, la 0.01 viene pubblicata su Internet il 17 settembre 1991, mentre la seconda uscì ad un solo mese di distanza. C&#8217;è da notare che appena un mese prima era stato messo online il primo sito web al mondo in seguito all&#8217;intuizione del web di sir Tim Berners Lee, un ricercatore del Cern di Ginevra. Da allora la storia di Linux e del world wide web sarà per sempre legata.<br />
Il nome &#8220;Linux”, (LINus UniX), fu inventato da Ari Lemke, assistente alla Helsinki University of Technology, che mise a disposizione lo spazio FTP per condividere il progetto (ftp.funet.fi) e lo scelse come nome della directory. Il nome datogli da Linus Torvalds, invece, era Freax, una combinazione tra “free” (libero), “freak” (strano), e “x”, ad indicare le caratteristiche Unix-like del sistema.<br />
Come mascotte del progetto venne scelto un pinguino. Secondo alcuni dopo che Linus fu beccato da un pinguino allo zoo, ma in realtà accadde dopo che egli sognò un pinguino in mezzo ai ghiacci come racconta nel libro “Rivoluzionario per caso” (Garzanti 2001)<br />
Da allora, il software Linux ha cambiato i destini dell&#8217;informatica e delle telecomunicazioni e dell&#8217;industria e del nostro stesso modo di pensare i computer.<br />
La grande intuizione di Linus fu di usare la licenza GPL elaborata dall&#8217;hacker Richard Stallman insieme all&#8217;avvocato Eben Moglen per diffondere la sua creatura senza che una qualche società ci mettesse sopra il marchio per appropriarsene. La licenza permetteva di usare il software per qualsiasi scopo, di condividerlo, di migliorarlo e anche di rivenderlo. Ovviamente il kernel Linux da solo non funzionava, perciò furono usati diversi componenti del progetto GNU &#8211; che esisteva dal 1983 &#8211; per realizzare un sistema operativo completo. (www.gnu.org)<br />
Queste due decisioni hanno trasformato GNU/LInux da esperimento hobbistico in ecosistema commerciale e il suo successo fu evidente al mondo quando IBM decise di investirci sopra un miliardo di dollari per migliorarlo e pubblicizzarlo, e quando la Red Hat nel 1999 divenne la prima azienda Linux ad essere quotata in borsa.<br />
Oggi, per sfida, passione, vanteria o per camparci, sono migliaia i programmatori che ci lavorano e centinaia le aziende che che sviluppano applicativi basati su Linux. Ogni tre mesi ne viene rilasciata una nuova versione. Linux fa girare il 75% delle Borse di tutto il mondo, e il 95% dei supercomputer, fa funzionare i server di società come Amazon, Google, e-Bay, Twitter, Facebook e quindi lo usiamo senza saperlo ogni volta che accediamo ai web-server di Internet. Molti ritengono che il gran successo commerciale di Google dipenda non solo dall&#8217;aver usato, come ammettono Brin e Page, l&#8217;alogoritmo HyperSearch del padovano Massimo Marchiori, ma dal software libero su cui girano i computer cluster del suo motore di ricerca rendendolo velocissimo.</p>
<p><strong>Linux oggi</strong><br />
E tuttavia il suo contributo alla rivoluzione informatica è ancora sottovalutata. Per interesse, ignoranza o malafede, non si considera che se Linux non avesse dato le gambe alla filosofia del software libero non solo non avremmo tanti software per scrivere, disegnare fare di conto e comunicare, ma non si sarebbe mai affermata la cultura dell&#8217;openness che oggi alimenta tante innovazioni come l&#8217;open source, l&#8217;open content, l&#8217;open data e l&#8217;open government. Per questo il Linux Day è un giorno importante per sottolineare questi rapporti e spostare più in alto l&#8217;asticella dell&#8217;innovazione. E i suoi punti di forza sono ancora due: la licenza libera che permette di manipolare e raffinare il codice sorgente con cui viene distribuito </p>
<p>In Italia, i teorici e gli attivisti del software libero di cui Linux è il portabandiera, sono molti. Simone Aliprandi, esperto di copyright e licenze libere ci dice “abbiamo appena pubblicato una panoramica completa e internazionale degli aspetti legali relativi al software libero e open source,  The International Free and Open Source Software Law Book”. Il libro, scritto in inglese ed edito da una casa editrice tedesca che pubblica opere con licenze libere, contiene un capitolo per ciascun contesto nazionale coinvolto nell&#8217;analisi giuridica: Belgio, Cina, Finlandia, Francia, Germania, Israele, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti. Ovviamente Il libro è disponibile sotto licenza Creative Commons. (http://ifosslawbook.org) </p>
<p>A dimostrazione della pervasività di Linux, c&#8217;è l&#8217;evento FOSSA (Free Software Open Source for Academia) dove la società italiana Engineering organizza la sezione sull’Open Data, Open Cloud ed Open Collaboration con l&#8217;INRIA, l’Istituto Nazionale Francese per la Ricerca nell’Informatica, e che si terrà a Lione dal 26 al 28 ottobre con speaker internazionali, opinion-leader, ricercatori, sviluppatori, produttori, utenti pubblici ed industriali. In questa occasione lo sguardo sarà rivolto alle novità tecnologiche ed alla sfida della condivisione della conoscenza per la formazione giovanile, la ricerca e l’industria nell&#8217;ottica “open” dello scambio: di contenuti, di servizi, di dati e di risultati di ricerca. Dice uno degli organizzatori, Gabriele Ruffati: “quello che ci interessa fare attraverso il software libero è un nuovo modello di crescita, economica e sociale, all’interno di un processo di sviluppo sostenibile e duraturo che abbia al centro l&#8217;individuo che collabora con altri individui. Per questo ci interessiamo di openness e a nostro modo festeggeremo anche noi Linux”.  (http://fossa.inria.fr) </p>
<p>1) Sito ufficiale del LinuxDay -<a href="http://www.linuxday.it"> http://www.linuxday.it</a><br />
2) Sito ufficiale del progetto GNU &#8211; <a href="http://www.gnu.org">www.gnu.org</a><br />
3) The International Free and Open Source Software Law Book &#8211; <a href="http://ifosslawbook.org">http://ifosslawbook.org</a><br />
4) Sito Ufficiale di FOSSA &#8211; <a href="http://fossa.inria.fr">http://fossa.inria.fr</a> </p>
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		<title>L&#8217;Espresso: Dove va la rete</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 19:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dove va la rete
Arturo Di Corinto
per L&#8217;Espresso del 13 Ottobre 2011
La rete è una risorsa scarsa. Anche se pensiamo ad essa come una commodity, al pari di acqua e luce, non è scontato che funzioni sempre e che arrivi dovunque e a chiunque. Affinché la rete possa evolvere come un bene comune accessibile a tutti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/05/logo_espresso.jpeg" alt="logo_espresso" title="logo_espresso" width="122" height="23" class="alignleft size-full wp-image-2251" /><strong>Dove va la rete<br />
Arturo Di Corinto<br />
per L&#8217;<a href="http://espresso.repubblica.it/">Espresso</a> del 13 Ottobre 2011</strong></p>
<p>La rete è una risorsa scarsa. Anche se pensiamo ad essa come una commodity, al pari di acqua e luce, non è scontato che funzioni sempre e che arrivi dovunque e a chiunque. Affinché la rete possa evolvere come un bene comune accessibile a tutti, le Nazioni Unite hanno rinnovato il mandato dell&#8217;<a href="http://www.intgovforum.org/cms/">Internet Governance Forum</a> (IGF), per discutere le modalità più efficaci per mantenerla libera, stabile ed efficiente attraverso il concorso paritario di governi, cittadini, associazioni e imprese.<br />
Tutti sono ormai consapevoli che gli utenti della rete aumentano in maniera esponenziale e così i dispositivi per accedervi, spesso in mobilità e via cloud, insieme alla domanda e all&#8217;offerta di servizi  che ci permettono di fare più cose, che però rendono più facile replicare certe dinamiche della real life: truffe, aggressioni, discriminazioni, mobilitazioni e proteste. Pericoli e opportunità che vengono sfruttati dagli Stati in chiave diplomatica e di politica estera, dalle imprese in chiave commerciale e finanziaria, e da entrambi in termini di controllo delle masse e manipolazione dell&#8217;opinione pubblica. Perciò l&#8217;ultima edizione di settembre dell&#8217;IGF in Kenya ha assunto una peculiare connotazione politica. Da una parte, la forte presa di posizione dell&#8217;Europa che con il commissario all&#8217;agenda digitale Neelie Kroes ha chiesto regole chiare e precise per l&#8217;integrità, lo sviluppo e l&#8217;apertura della rete invitando gli stati all&#8217;autoregolamentazione e alla tutela di Internet; dall&#8217;altra la proposta dei paesi emergenti, India, Brasile, Sud Africa, per la creazione di un organismo in seno all&#8217;ONU che stabilisca le policy globali di gestione di internet, regoli le dispute e intervenga in caso di crisi  (come le interruzioni della rete). In mezzo, le proposte dei cittadini per una rete libera da ogni condizionamento:<a href="http:// internetrightsandprinciples.org"> internetrightsandprinciples.org</a></p>
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		<title>La Repubblica: Democrazia, rivolte e libertà. Il web sceglie il suo futuro</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 23:51:11 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Diritti digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet Governance]]></category>
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Democrazia, rivolte e libertà. Il web sceglie il suo futuro
Fino al 30 settembre la comunità mondiale si incontra a Nairobi all&#8217;insegna dello slogan &#8221; Internet come catalizzatore del cambiamento: accesso, sviluppo, libertà e innovazione&#8221;. Uno scenario che dopo le rivolte africane non sarà più lo stesso  di ARTURO DI CORINTO
per Repubblica del 27 settembre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2011/02/la-repubblica-it-logo.png" alt="la-repubblica-it-logo" title="la-repubblica-it-logo" width="270" height="50" class="alignleft size-full wp-image-2092" /></p>
<p><a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/09/27/news/futuro_internet-22324597/?ref=HREC2-11">Democrazia, rivolte e libertà. Il web sceglie il suo futuro</a><br />
Fino al 30 settembre la comunità mondiale si incontra a Nairobi all&#8217;insegna dello slogan &#8221; Internet come catalizzatore del cambiamento: accesso, sviluppo, libertà e innovazione&#8221;. Uno scenario che dopo le rivolte africane non sarà più lo stesso  di ARTURO DI CORINTO<br />
per <a href="http://www.repubblica.it">Repubblica</a> del 27 settembre 2011</p>
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