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	<title>ArDiCor &#187; Aprile</title>
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	<description>Open Source e diritti digitali nell'innovazione tecnologica</description>
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		<title>Privacy: quel diritto alla scelta</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2005 12:28:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal &#8220;Right to be let alone&#8221; all’autodeterminazione informativa
Arturo Di Corinto
Aprile, la rivista &#8211; giugno 2005
www.aprile.org
A volte un libro in forma dialogica è il modo migliore per affrontare argomenti complessi e avvicinare lettori poco determinati. Almeno questa è la prima impressione che si ricava dalla lettura dell’ “Intervista su privacy e libertà” (Laterza, 2005, € 10) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dal &#8220;Right to be let alone&#8221; all’autodeterminazione informativa</strong></p>
<p>Arturo Di Corinto<br />
Aprile, la rivista &#8211; giugno 2005<br />
www.aprile.org</p>
<p>A volte un libro in forma dialogica è il modo migliore per affrontare argomenti complessi e avvicinare lettori poco determinati. Almeno questa è la prima impressione che si ricava dalla lettura dell’ “Intervista su privacy e libertà” (Laterza, 2005, € 10) dove Paolo Conti, giornalista del Corsera, interroga l’ex Garante della privacy, Stefano Rodotà, su come il concetto di riservatezza si sia evoluto parallelamente allo sviluppo delle società e al concetto di libertà.<br />
<span id="more-258"></span><br />
I temi sollevati nel libro-intervista non sono nuovi per quanti hanno seguito l’azione del presidente dell’Authority per la protezione dei dati personali istituita e regolata dalla legge 675 del 1996, ma il contenitore che li raccoglie ha il pregio di farne la storia e la cronistoria in maniera né specialistica né pedante.<br />
E così, dopo aver ricostruito la nascita del concetto di privacy – con il famoso articolo di Samuel Warren e Luis Brandeis sul “Right to be let alone”, Rodotà comincia il suo racconto di come “il diritto ad essere lasciato solo”, cioè il diritto a non subire alcuna interferenza nella propria vita privata, domestica, retaggio di una concezione legata alla proprietà della terra, si sia trasformato per i contemporanei nel diritto all’autodeterminazione informativa, intesa come l’opportunità di controllare la circolazione dei propri dati per tutelare la pienezza della persona nel suo essere pubblico e sociale.</p>
<p>La strada è stata però tortuosa. Per arrivare al diritto alla privacy come precondizione dell’esercizio di altre libertà fondamentali &#8211; quella di manifestazione del pensiero, di associazione, di movimento e di non discriminazione &#8211; è stato innanzitutto necessario socializzare, nel senso di rendere sociali, l’importanza della tutela della privacy nella vita quotidiana, superando la vecchia concezione che la voleva appannaggio dei vip e privilegio di classe. Un superamento che, secondo Rodotà, in Italia ha cominciato a compiersi negli anni ‘70 sulla scia delle lotte operaie e dell’intuizione che portò a impedire la sorveglianza sul luogo di lavoro inscrivendola nella legge 300, lo Statuto dei lavoratori. E’ da lì infatti che, secondo il professore, il diritto dell’età dell’oro della borghesia comincia ad essere percepito come un diritto condiviso, nonostante le diffidenze di una parte della classe politica, soprattutto di sinistra, e dei benpensanti, uniti nella critica che la riservatezza tutela solo chi ha qualcosa da nascondere. Altra pietra miliare del caso italiano risulta invece essere la legge madre della privacy, quella del 1996, che, istituita sulla scia di una specifica richiesta europea, ha dilatato in senso progressista la tradizionale concezione anglosassone di privatezza, allegerendola dal peso di una concezione sociale che vedeva nella famiglia il luogo principe dell’intimità da tutelare.<br />
Uno sforzo che ha coinvolto tutto il collegio dell’Authority la quale negli otto anni di esistenza ha finito per contare circa 200mila interventi e scontato molte opposizioni, che solo grazie al lavoro di mediazione e di dialogo dei suoi componenti – come Mauro Paissan – ha prodotto una specifica giurisprudenza e, nel caso dei giornalisti, un codice deontologico che nessuno mette più in discussione.</p>
<p>Con una capacità narrativa inusuale per un giurista, Rodotà spiega con delle calzanti metafore che il diritto a essere lasciato solo non significa voler stare da soli, ma scegliere cosa condividere e con chi, soprattutto in una società in cui i dati che ci precedono e ci autorizzano ai benefici della vita sociale – dal ricovero in ospedale, alla pensione, al rapporto col fisco – vanno a formare la nostra dataimmagine, oggetto del desiderio dell’industria del marketing e di ogni regime autoritario e perciò bene prezioso da proteggere per esercitare il diritto di scelta e l’autonomia individuale. Da questo punto di vista il concetto di “data protection” per il professore risulta assai più ficcante per una mondo dove si vive a stretto contatto con artefatti tecnologici che tengono traccia dei nostri minimi comportamenti.<br />
La tesi è quindi che la privacy non si pone più come una recinzione che esclude l’altro, lo “ius excludendi alios”, ma come precondizione per potersi liberamente manifestare agli altri senza timore di incorrere in nuove stigmatizzazioni sociali, come nel caso dei malati o dei protestati, dei militanti politici o sindacali o dei credenti di religione minori, di chi, pagato un qualche debito con la società e vuole continuare ad esserne parte ativa.</p>
<p>Ma la libertà che la tutela della privacy promuove e rappresenta secondo Rodotà non riguarda un processo compiuto, come dimostrano le scelte dei governi legate alla questione del terrorismo internazionale e all’ansia sicuritaria ispirata da nuovi torquemada. Il giurista nota infatti che dopo l’11 settembre, in virtù di una legittima necessità di tutelare la collettività si avverte la tendenza di stati e istituzioni a derogare pericolosamente dai limiti di applicazione della privacy, come nel caso della pretesa americana di ottenere i dati biometrici dei suoi visitatori. Ed è proprio questa per Rodotà l’ultima frontiera del controllo, quella sui dati sensibili – stato di salute, opinioni politiche e religiose – sulla biologia e sul corpo inteso come mappa identitaria e territorio di rappresentazione delle scelte individuali, che si combatte la battaglia fra chi col pretesto di garantire sicurezza e conformismo sociale scivola pericolosamente verso un’idea di stato etico e chi fa dell’equilibrio fra libertà individuali e collettive l’oggetto della discussione di nuovi diritti.</p>
<p>Per questo il salto di paradigma consentito dalla legge sulla privacy invece che allarmare i neoliberali timorosi dell’ennessima intrusione dello stato e della legge nella vita economica e sociale diventa uno degli strumenti utili a garantire il giusto equilibrio fra il potere del mercato e quello dei consumatori, dello stato e dei cittadini, del padrone e dell’operaio, consentendo sia la scelta che il rifiuto, la conferma o la correzione dei dati, la partecipazione o la sottrazione, per realizzare una società dell’uguaglianza, della libertà e della dignità e impedire che si avveri una nuova società della sorveglianza.</p>
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		<title>Ceffone europeo per Bill Gates</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jan 2005 17:54:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pluralismo informatico. Altolà a Windows. Vince la &#8221;libera concorrenza&#8221;. Durante questo mese si attende la versione europea di Microsoft Windows senza il Media Player come ordinato dalla Commissione Europea.
Arturo Di Corinto
Aprile, la rivista, Gennaio 2005
Dopo cinque anni di indagini, fallito il tentativo di un accordo fra le parti, il 24 marzo 2004 la Commissione europea [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pluralismo informatico. Altolà a Windows. Vince la &#8221;libera concorrenza&#8221;. Durante questo mese si attende la versione europea di Microsoft Windows senza il Media Player come ordinato dalla Commissione Europea.</p>
<p>Arturo Di Corinto<br />
Aprile, la rivista, Gennaio 2005</p>
<p>Dopo cinque anni di indagini, fallito il tentativo di un accordo fra le parti, il 24 marzo 2004 la Commissione europea ha comminato alla Microsoft una multa di 497 milioni di euro per abuso di posizione dominante sul mercato europeo.<br />
<span id="more-217"></span><br />
Insieme alla multa, la Commissione ha anche ordinato a Microsoft di rivelare ai concorrenti i protocolli, le “regole”, necessarie a far dialogare i loro software con il sistema operativo Windows e di offrire ai produttori di Pc una versione dello stesso senza il lettore multimediale Media Player, il software che in virtù delle aggressive politiche commerciali di Microsoft è diventato lo standard di fatto nella riproduzione di film e musica sui computer targati Windows, cioè la quasi totalità del mercato domestico dei personal computer.<br />
La decisione secondo l’allora commissario antitrust Mario Monti permetteva ai concorrenti “di competere sullo stesso livello”, e rendeva “i consumatori liberi di scegliere”, mentre per il vice di Bill Gates, Steve Ballmer, si trattava di “un&#8217;azione improvvida”.<br />
Per questo Microsoft aveva fatto ricorso alla Corte europea di giustizia in modo da ottenere la sospensione dei “rimedi” decisi dall&#8217;Antitrust ma, pochi giorni fa, il 22 dicembre scorso il Tribunale di primo grado della Corte europea di Giustizia ha respinto la richiesta di Microsoft di sospendere le &#8220;misure correttive&#8221; rendendole di fatto esecutive.</p>
<p>Un esito niente affatto scontato, soprattutto dopo l’inglorioso abbandono di Mario Monti e la notizia che alcuni ricorrenti all’Antitrust avevano deciso di ritirarsi dalla vertenza con la prospettiva reale di lasciar cadere il procedimento. L’8 novembre infatti, la Novell, altro gigante informatico, aveva ritirato le sue denunce contro Microsoft presentate sia all&#8217;Antitrust americano che a quello europeo in cambio di un versamento di 536 milioni di dollari, così come la Computer and Communications Industry Association (Adobe, Yahoo!, Nokia, et altri) che decideva di ritirare la sua denuncia dopo aver concordato con Microsoft di entrare a far parte del trust. L&#8217;unica azienda a mantenere la sua denuncia era rimasta la RealNetworks, l&#8217;editore di Real Player, il software diretto concorrente del Media Player.</p>
<p>Una doccia fredda sia per i consumatori che vedevano sfumare ogni possibilità di un eventuale rimborso per essere stati obbligati a comperare software non necessario, sia per i fautori del libero mercato che per i sostenitori di una concorrenza regolata. E infatti la notizia aveva destato uno scalpore tale che il prestigioso Herald Tribune era giunto a chiedersi ironicamente quanto sarebbe stato difficile per Microsoft difendersi dall’accusa di “comprare” i propri concorrenti per far cadere le accuse di monopolio indirizzate all’azienda.</p>
<p>Perciò a dispetto dell&#8217;atteggiamento ondivago dei ricorrenti, quando il 22 dicembre il giudice Bo Vestedorf ha siglato l’ultimo atto della contesa obbligando Microsoft a conformarsi alla decisione dell&#8217;Antitrust lo sconforto si è tramutato in esultanza, considerandolo un primo passo per garantire il pluralismo informatico e la crescita di standard aperti di comunicazione e un utile precedente per le aziende, Real Networks e Sun Microsystem, che anche negli Usa si battono contro le “tattiche illegali” di Microsoft.<br />
E infatti non era certo l’entità della multa a preoccupare i vertici di Microsoft – essa corrisponde a meno del 2% del fatturato annuo europeo dell’azienda – quanto il danno d’immagine e l’obbligo di cambiare strategia per competere coi concorrenti su qualità e costo dei prodotti anzichè sul piano del marketing, soprattutto nei confronti del software libero e di Linux</p>
<p>Secondo Jonathan Todd, portavoce del nuovo commissario alla concorrenza Neelie Kroes, l&#8217;ordinanza &#8220;preserva l&#8217;efficacia dell&#8217;applicazione delle regole antitrust comunitarie in mercati così mobili e dinamici&#8221;, quello informatico appunto, e che “l&#8217;attuazione delle misure andrà a beneficio dei consumatori e della loro libertà di scelta, e stimolerà l&#8217;innovazione&#8221;, senza peraltro sfuggire alla consueta coda polemica.<br />
Infatti nonostante il giudice abbia ritenuto irrilevanti le obiezioni della Microsoft, il vicepresidente della società di Redmond, Brad Smith, aveva insistito a dichiarare che la sentenza avrebbe prodotto un danno enorme alla Microsoft e ai diritti dei consumatori, ventilando la possibilità di ricorre al secondo grado di giudizio presso la corte di giustizia. Perciò, a scanso di equivoci e per difendere l&#8217;operato della commissione dalle accuse di persecuzione verso gli americani Todd ha poi aggiunto: &#8220;Noi non miravamo a fare il massimo dei danni a Microsoft, ma a migliorare la tutela dei consumatori e la libertà di scelta sul mercato; tanto meglio se questo non porterà al fallimento di Microsoft, non era il nostro obiettivo&#8221;.</p>
<p>Schermaglie. In omaggio alla regola del “ubi major, minor cessat”, subito dopo quelle dichiarazioni, l’azienda americana ha reso nota la disponibilità ad atttezzare un websiste con le informazioni necessarie per l&#8217;interoperabilità fra Windows ed i sistemi concorrenti e che da gennaio, avrebbe reso disponibili sul mercato europeo delle versioni di Windows che non incorporano il dispositivo Windows Media Player. Bontà loro, stiamo ancora aspettando.</p>
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		<title>Sapere, Bene Comune</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2004 10:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Introduzione al numero speciale di Aprile, la rivista
Sapere, Bene Comune
Arturo Di Corinto
Qualsiasi struttura, oggetto di una forte accellerazione, tende a cedere. Questo vale anche per la società nel suo insieme. La digitalizzazione delle reti e dei contenuti, l’ubiquità dei computer e la moltiplicazione delle infrastrutture di telecomunicazione stanno modificando così velocemente il nostro modo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Introduzione al numero speciale di Aprile, la rivista</p>
<p><strong>Sapere, Bene Comune</strong><br />
Arturo Di Corinto<br />
Qualsiasi struttura, oggetto di una forte accellerazione, tende a cedere. Questo vale anche per la società nel suo insieme. La digitalizzazione delle reti e dei contenuti, l’ubiquità dei computer e la moltiplicazione delle infrastrutture di telecomunicazione stanno modificando così velocemente il nostro modo di lavorare, apprendere, comunicare, che tutto il nostro mondo ne sembra sconvolto.<br />
<span id="more-203"></span><br />
E tuttavia sono segnali che ci avvertono di essere entrati nell’età matura della Società dell’informazione. Si tratta però di una maturità presunta, come di qualcosa che invecchia senza passare per la fase della saggezza.<br />
Salutata da molti come l’era dell’abbondanza, la Società dell’informazione si mostra oggi con tutti i suoi difetti e le sue lacune, mentre pone problemi dei quali non si intravedono soluzioni.<br />
Il cambiamento dell’organizzazione e della divisione del lavoro che essa porta in dote non è scevro di contraddizioni e ingiustizie, come spiegano bene Patrizio Di Nicola e Andrea Fumagalli a proposito del mantra della flessibilità e il controllo dei flussi immateriali che dividono il mondo in inforicchi e infopoveri. Eppure la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione fa balenare nuove possibilità, come la promessa di quell’economia locale, sostenibile e competitiva, che ci racconta Angelo Raffaele Meo a proposito dello sviluppo del software; oppure della possibilità offerta dai media digitali di partecipare tutti insieme a quel processo decentrato e cumulativo che è la produzione di conoscenza, il “bene comune” della società dell’informazione.<br />
Possibilità che però tardano ad essere colte e palesano la necessità di individuare politiche in grado di mobilitare intelligenze e risorse per fare fronte alle sfide che l’innovazione pone.<br />
Centrale in questo discorso rimangono la valorizzazione e l’incremento della conoscenza socialmente prodotta, come dice Mario Morcellini, a partire dai luoghi elettivi della produzione del sapere, la Scuola e l’Università. Luoghi centrali per la crescita sociale e culturale del paese, la cui trasformazione, a seguito delle successive e contrastate riforme, però non ci legittima all’ottimismo. Vincenzo Vita dice che non tutto è chiaro quando si abita il vortice della trasformazione e che forte è l’esigenza di una nuova classe intellettuale e politica in grado di sostenere e incentivare il cambiamento, che però, come ci ricorda Anna Carola Freschi, può solo nascere dalla partecipazione dei cittadini all’impresa collettiva della democrazia, magari usando i mezzi della rivoluzione informatica.<br />
Di tutto questo parliamo nel secondo speciale di Aprile dedicato alla Società dell’informazione, privilegiando la polifonia delle voci anziché l’assunzione di un singolo punto di vista.<br />
Il dialogo, si sa, è il miglior antidoto alle guerre, soprattutto a quelle ideologiche.</p>
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		<title>Le Opportunita&#8217; dell&#8217;era immateriale</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Feb 2004 20:58:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Arturo Di Corinto
Aprile, la rivista, Febbraio 2004
Dai media alla Politica, quello di Societa’ dell’Informazione e’ un concetto che e’ stato utilizzato per indicare la progressiva rilevanza che il linguaggio, la comunicazione e i media, assumono nella transizione dal mondo fordista a quello postfordista &#8211; dalla fabbrica seriale all&#8217;industria culturale, dall’operaio-massa all’intellettuale-massa &#8211; e al ruolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arturo Di Corinto<br />
Aprile, la rivista, Febbraio 2004</p>
<p>Dai media alla Politica, quello di Societa’ dell’Informazione e’ un concetto che e’ stato utilizzato per indicare la progressiva rilevanza che il linguaggio, la comunicazione e i media, assumono nella transizione dal mondo fordista a quello postfordista &#8211; dalla fabbrica seriale all&#8217;industria culturale, dall’operaio-massa all’intellettuale-massa &#8211; e al ruolo rivoluzionario esercitato dalla tecnologia nell’economia in termini di terziarizzazione del lavoro, delocalizzazione della produzione e finanziarizzazione dei mercati.<br />
<span id="more-139"></span><br />
Processi che sono tutti il risultato dell’automazione tecnologica e della “smaterializzazione” della produzione in cui saperi sociali e conoscenze formalizzate imbrigliate da marchi, brevetti e copyright, diventano gli strumenti fondanti delle nuove forme di appropriazione e accumulazione della ricchezza.<br />
La versione progressista della Societa’ dell’Informazione identifica in questa definizione una traiettoria di sviluppo della societa’ che implica il potenziamento della tecnologie informatiche e telematiche per favorire l’educazione e la formazione, i servizi ai cittadini e alle imprese, ampliare i mercati e inserire i singoli paesi nel flusso della globalizzazione senza pero’ creare le condizioni perche’ cio’ accada.<br />
Ma se con l’espressione di societa’ dell’informazione ci si riferisce al ruolo strategico che l’informazione e la conoscenza hanno all’interno dei nuovi processi produttivi e dei nuovi modelli di governance, l’ampia sostituzione delle risorse energetiche e meccaniche con quelle informazionali ha visto l’emergere di soggetti produttivi nuovi &#8211; portatori di nuovi diritti e di nuovi bisogni &#8211; e di una nuova stratificazione sociale e professionale che i decisori pubblici non sembrano in grado di riconoscere e tutelare. La diffusione sociale di tecnologie a base linguistico-informatica ha trasformato il lavoro cognitivo in lavoro en general senza prefigurare per esso la mediazione di un nuovo patto sociale.<br />
In seguito alle raccomandazioni del Libro Bianco di J. Delors, nel Rapporto Bangemann, del Piano per la Societa’ dell’Informazione e nell’iniziativa e-Europe, anche in Italia sono state elaborate delle precise indicazioni per assicurare il pieno dispiegamento dei benefici della Societa’ dell’Informazione, che sono state inserite nel DPEF del 2000-2003 al titolo IV: Societa’ dell’Informazione, Tecnologie della Comunicazione, Innovazione, Cultura, Cittadinanza.<br />
Scoppiata la bolla della new economy tuttavia si e’ persa traccia di quella carica ideale tesa al rinnovamento dell’economia e all’ampliamento dei processi democratici promessi dalla progettazione sociale delle Nuove Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (NTIC). Il punto piu’ basso e’ stato toccato al World Summit on Information Society di Ginevra dove, nonostante il turno di presidenza della UE, l’Italia stessa si e’ dimostrata balbuziente proprio sui terreni contigui dell’innovazione tecnologica, della democrazia elettronica e del pluralismo dell’informazione.<br />
Societa’ dell’informazione e’ anche il sistema dei media &#8211; un comparto industriale che sfrutta intensivamente l’innovazione tecnologica per migliorare processi e prodotti e ampliare i profitti &#8211; che fallisce nel suo ruolo di change agent quando, invece di far conoscere e problematizzare i nuovi scenari, diventa il megafono di una politica di annunci tesa a nascondere la realta’ di un paese in forte ritardo sia sul terreno dell’innovazione che su quello dei diritti. La causa e’ semplice da identificare: i proprietari dei media sono gli stessi esponenti di una classe imprenditoriale assistita e politicamente collusa, concentrata su interessi di parte e incapace di scommettere sul futuro. Paradossalmente percio’ l’altra faccia della societa’ dell’informazione e’ data dalla concentrazione globale dei media, dall’infotainment, dalla censura e dal conformismo, dalla precarieta’ di chi lavora nell’informazione.<br />
Non e’ casuale infatti che a questa situazione faccia da contraltare la forte richiesta di un’informazione di qualita’, autonoma dal potere politico e plurale nelle sue espressioni e che si concretizza da una parte nello svilupo dei media autogestiti, dall’altra nella difesa degli spazi di autonomia dei suoi operatori che, non a caso sono sotto assedio ovunque nel mondo.<br />
Percio’ nel trattare questi argomenti il nostro speciale vuole fare il punto della situazione sullo stato della Societa’ dell’Informazione in Italia descrivendone i temi e gli approcci, individuando gli elementi portanti e i punti di crisi, per avviare un dibattito pubblico sui temi correlati dell’innovazione e dell’istruzione, dell’informazione e della democrazia.<br />
Infatti, se informazione e conoscenza sono le pietre angolari della Societa’ dell’informazione, e’ solo il modo in cui questi due elementi sono declinati e assorbiti nella societa’, nell’economia e nella politica, che rende appropriato oppure no l’uso di tale espressione.</p>
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		<title>Media Indipendenti</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Feb 2004 20:53:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;immaginazione sfiducia il potere
Arturo Di Corinto
Aprile, la rivista, Febbraio 2004
Uno degli elementi che meglio caratterizza la “società dell’informazione” è certamente il sapere comunicativo diffuso messo in campo dai movimenti nella costruzione dei media indipendenti.

Un fenomeno che è all’origine della diffusione di fanzine elettroniche, siti di controniformazione, archivi di video digitali, reti di filesharing, blog personali, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;immaginazione sfiducia il potere<br />
Arturo Di Corinto<br />
Aprile, la rivista, Febbraio 2004</p>
<p>Uno degli elementi che meglio caratterizza la “società dell’informazione” è certamente il sapere comunicativo diffuso messo in campo dai movimenti nella costruzione dei media indipendenti.<br />
<span id="more-138"></span><br />
Un fenomeno che è all’origine della diffusione di fanzine elettroniche, siti di controniformazione, archivi di video digitali, reti di filesharing, blog personali, web-radio e televisioni di strada.<br />
Alcuni elementi sono centrali in questo processo. Il primo è la diffusione di mezzi di comunicazione personale, dalle telecamere digitali ai telefonini di terza generazione.<br />
Il secondo è la digitalizzazione dei contenuti, che, ridotti al linguaggio universale dei bit sono immediatamente trasferibili da un lato all’altro del globo grazie alla pervasività di una infrastruttura di comunicazione, la rete Internet, che, coi fili o senza, innerva oggi ogni luogo della vita associata.<br />
Elemento di mediazione fra le nuove pratiche comunicative e i sistemi di comunicazione è rappresentato dal software che, nella sua versione “open”, economica, libera e modificabile, diventa strumento di cooperazione e veicolo essenziale per l’integrazione e la fruizione multimediale delle informazioni.<br />
Il rapporto che esiste fra la disponibilità delle tecnologie e le pratiche della comunicazione indipendente è simile a quello che esiste fra l’uovo e la gallina: è difficile dire quale venga prima, ma il risultato è la crisi del ruolo mediatore dei professionisti della comunicazione e la credibilità stessa dei media tradizionali che si trovano a competere con un nuovo tipo di narrazione degli eventi dove scompare il confine fra attori, produttori e consumatori di informazione. Una dialettica che ha visto nascere una nuova generazione di militanti della comunicazione: i mediattivisti.<br />
 Infatti, se da una parte la mobilitazione elettronica di Seattle N30 ha rappresentato la prova generale della comunicazione indipendente globale, spontanea, fatta sul campo dai movimenti contro il liberismo, la battaglia mediatica di Genova G8 ha rappresentato per il movimento dei movimenti  il passaggio più significativo di questa nuova sensibilità inaugurando in Italia una politica della comunicazione che si mette in diretta competizione con l’informazione al cloroformio di un paese governato da editori-palazzinari.<br />
Indymedia è il paradigma di questo nuovo modo di fare informazione in cui gli aspetti organizzativi e relazionali appaiono anche più importanti dei contenuti stessi. Indymedia è infatti un network globale di mediattivisti che, grazie a un software open source e una licenza gratuita di diffusione dei contenuti produce e distribuisce informazione su tutto ciò che in genere viene omesso dai media perchè scomodo o marginale, grazie ad una logica per cui chiunque può impaginare sui siti web del network testi, foto, audio e filmati e poi commentarli senza filtri o censure, ma dove solo alcuni argomenti diventano notizie, le features, confezionate da una redazione distribuita, anonima e senza gerarchie. I collettivi di Indymedia, circa 160 in tutto il globo, da New York City fino alla Palestina, sono così diventati un riferimento costante anche per i media tradizionali che non disdegnano di attingervi notizie e documenti. www.indymedia.org<br />
Altri due esempi rappresentano bene l’esplosione tecnocomunicativa mediata dalla rete. Uno riguarda i blogs, ovvero i web logs, migliaia di siti internet a metà strada fra il diario personale e i gruppi di discussione della prima internet. Con poca spesa e conoscenze di facile acquisizione, ognuno può utilizzarli come estensione virtuale per raccontare e raccontarsi, come nel caso di Salam Pax, l’iraqeno che dal suo blog ha condiviso con tutto il mondo il dramma di un popolo sotto i bombardamenti. www.dear_raed.blogspot.com<br />
L’altro esempio sono le telestreet, televisioni fai-da-te che, usando Internet come cassetta degli attrezzi, irradiano il proprio messaggio dai coni d’ombra del monocolore televisivo sperimentando linguaggi e format comunicativi nuovi, fucina di nuove soggettività politiche. www.telestreet.it</p>
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		<title>La Societa&#8217; dell&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Feb 2004 20:48:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Numero Speciale di Aprile, la rivista.
Febbraio 2004 (da oggi in edicola)
http://www.tornareavincere.it/aprilerivista
Economia, conoscenza, lavoro, tecnologie, formazione, media-ethic
Nonostante tutti ne parlino, i benefici della rivoluzione digitale tardano ad arrivare. Fra vecchi e nuovi poteri, la politica stenta a rivendicare il suo ruolo, mentre l’intelligenza collettiva fatica a individuare forme organizzative adeguate ad incidere nel reale. Intanto, l’Italia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Numero Speciale di Aprile, la rivista.<br />
Febbraio 2004 (da oggi in edicola)</p>
<p>http://www.tornareavincere.it/aprilerivista</p>
<p><b>Economia, conoscenza, lavoro, tecnologie, formazione, media-ethic</b></p>
<p>Nonostante tutti ne parlino, i benefici della rivoluzione digitale tardano ad arrivare. Fra vecchi e nuovi poteri, la politica stenta a rivendicare il suo ruolo, mentre l’intelligenza collettiva fatica a individuare forme organizzative adeguate ad incidere nel reale. Intanto, l’Italia diventa terra di conquista di tycoon spregiudicati e di editori che si improvvisano legislatori. Si è aperta una inedita battaglia culturale dagli esiti tutt’altro che certi ma che dipendono dalla qualità dell’alleanza fra la società e la politica.<br />
<span id="more-137"></span><br />
A cura di Arturo Di Corinto e Carla Ronga<br />
Indice del numero speciale:</p>
<p>Arturo Di Corinto: Le opprotunita&#8217; dell&#8217;era immateriale<br />
Nicola Tranfaglia: Tra conflitti e tecnologie<br />
Patrizio Di Nicola: Un passaggio epocale<br />
Anna Carola Freschi: Comunita’ virtuali, l&#8217;agora&#8217; dei nuovi saperi<br />
Pietro Folena: Innovazione Tecnologica, questa sconosciuta<br />
Alberto Marinelli: La teledidattica non e&#8217; una scorciatoia<br />
Andrea Fumagalli: Dalle materie prime al capitalismo immateriale</p>
<p>Serventi Longhi: Idee e proposte degli Stati Generali<br />
Giuseppe Giulietti: Murdoch, uno squalo alla conquista dell&#8217;etere<br />
Vincenzo Vita: Le tante ambiguita’ del digitale</p>
<p>Mario Morcellini: Quel futuro dei saperi sotto ipoteca<br />
Giulio Gargia: Auditel come falsificare la realta’<br />
Peter Freeman e Alessandro Robecchi: La censura c&#8217;e&#8217; ma non si vede<br />
Giulietto Chiesa: Gli anticorpi al regime mediatico. L&#8217;immaginario come terreno di scontro</p>
<p>Benedetto Vecchi: Brevetti e copyright, il marchio delle idee<br />
Fiorello Cortiana: Europa, la globalizzazione dei diritti<br />
Alessandro Cardulli: Sindacato, la memoria di un impegno rinnovato</p>
<p>Arturo Di Corinto: L&#8217;immaginazione sfiducia il potere<br />
Paolo Zocchi: Due anni per ridurre il digital divide</p>
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		<title>Moltitudini Digitali</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2003 13:32:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Arturo Di Corinto
Aprile, la rivista (Ottobre)
http://www.aprile.org
“Moltitudini” è un termine che non piace a molti, soprattutto a chi intende il protagonismo delle folle solo all’interno dei binari dell’organizzazione sindacale e dei partiti, siano essi “leggeri” o di massa.
“Moltitudini digitali” è però il nome che meglio evoca il carattere spontaneo, decentrato e non gerarchico, dell’attività dei gruppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arturo Di Corinto<br />
Aprile, la rivista (Ottobre)</p>
<p>http://www.aprile.org</p>
<p>“Moltitudini” è un termine che non piace a molti, soprattutto a chi intende il protagonismo delle folle solo all’interno dei binari dell’organizzazione sindacale e dei partiti, siano essi “leggeri” o di massa.<br />
“Moltitudini digitali” è però il nome che meglio evoca il carattere spontaneo, decentrato e non gerarchico, dell’attività dei gruppi che hanno fatto irruzione sulla scena politica durante le contestazioni di Seattle facendo un uso alternativo dei mezzi di comunicazione basati sul digitale: telecamere e reti di computer.<br />
<span id="more-116"></span><br />
Queste moltitudini digitali il mese scorso si sono incontrate al festival Next Five Minutes di Amsterdam (www.n5m.org), per confrontare le esperienze che in questi anni hanno caratterizzato l’azione dei movimenti antiliberisti, dall’informazione sui pericoli degli Ogm alle iniziative di autorganizzazione negli slums sudafricani contro la privatizzazione di acqua e luce, dalle proteste contro le politiche monetarie del FMI in Argentina a quelle verso la società panottica in Europa, dalla critica alla concentrazione dei media alla costruzione di reti wireless per l’Internet senza fili nelle campagne indiane e sudamericane. Iniziative che hanno come denominatore comune l’obiettivo di realizzare una comunicazione indipendente e dal basso, condizione essenziale per la costruzione di una società civile globale.<br />
Ma l’ostacolo maggiore con cui si confronta oggi la società civile è proprio l’impossibilità di una comunicazione plurale e distribuita. Una questione che spazia dalla disponibilita’ dell’etere che i movimenti rivendicano in quanto bene pubblico (communication commons), fino alla concentrazione dei media e dei monopoli informatici. Oligopoli che letti attentamente rivelano interessi e relazioni innominabili fra lobby politiche, economiche e istituzionali, come dimostrano le cartografie del potere dei francesi del Bureau d’Etudes. http://utangente.free.fr </p>
<p>Il tema del Next Five Minutes, quello dei media tattici, perciò è un tema trasversale a ogni dibattito sul “mondo che vogliamo” poiche’ riguarda l’attitudine dei movimenti a reinterpretare le tecnologie di comunicazione affinchè “il pubblico” non sia più fruitore passivo di informazioni ma attivo produttore di azioni e di significati.<br />
La questione della proprieta’ dei media e la riduzione della sfera pubblica causata dall’occupazione dell’etere a fini commerciali e di propaganda politica obbliga infatti un ripensamento complessivo delle pratiche comunicative dei movimenti e della sinistra tutta.<br />
E questo soprattutto dopo che la war on terrorism ha comportato una riduzione ulteriore della libertà di movimento e di informazione, sia attraverso leggi repressive come il Patriot Act, (legge che il Congresso Usa applica anche ad altre nazioni sovrane), sia attraverso la schedatura di massa dei cittadini fatta dalle polizie europee mediante la condivisione di database elettronici a dispetto delle leggi nazionali sulla privacy.<br />
Ma anche la guerra di propaganda che attraversa gli schermi televisivi in tempo di pace e il ruolo dei giornalisti embedded nei territori di guerra ripropongono con forza sia la questione dell’etica della comunicazione e dell’imparzialita’del servizio pubblico radiotelevisivo sia la necessita’ di creare reti di comunicazione alternative che siano strumento di informazione democratica e plurale al servizio dei cittadini.<br />
La concentrazione di stampa, radio e televisioni esemplificata nel conflitto di interessi del presidente del consiglio italiano ha pero’ prodotto degli anticorpi. Progetti di comunicazione indipendente come le telestreet hanno avuto il merito di porre all’attenzione di tutti il problema di “come trasformare il mezzo televisivo da strumento di costruzione del consenso a piazza virtuale fatta dai cittadini per i cittadini”. Una lezione che forse hanno appreso anche i partiti della sinistra istituzionale che oggi progettano di avere propri canali televisivi, che si spera, siano aperti ai movimenti e ai cittadini, evitando l’errore di trasformarli in organi di partito che non potrebbero certo competere con i mezzi del partito-azienda di Silvio Berlusconi. www.telestreet.it</p>
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		<title>Il sapere al primo posto &#8211; Aprile</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Jul 2003 13:16:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Arturo Di Corinto
Aprile.il Mensile &#8211; n° 107 &#8211; luglio   2003 
http://www.tornareavincere.it/aprilerivista/articolo.asp?ID=558&#038;n=107

Accade che in una economia di reti, globale, interdipendente, la proprietà della conoscenza diventi un argomento trasversale ai temi dello sviluppo umano e dell&#8217;ambiente, dell&#8217;etica e della democrazia. Di tutto questo discutono in un libro a quattro mani Pietro Folena, deputato dei Ds, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arturo Di Corinto</p>
<p>Aprile.il Mensile &#8211; n° 107 &#8211; luglio   2003 </p>
<p>http://www.tornareavincere.it/aprilerivista/articolo.asp?ID=558&#038;n=107</p>
<p><span id="more-103"></span><br />
Accade che in una economia di reti, globale, interdipendente, la proprietà della conoscenza diventi un argomento trasversale ai temi dello sviluppo umano e dell&#8217;ambiente, dell&#8217;etica e della democrazia. Di tutto questo discutono in un libro a quattro mani Pietro Folena, deputato dei Ds, e Umberto Sulpasso, presidente dell&#8217;International Multimedia University (Know Global. Più sapere per tutti, Baldini &#038; Castoldi, pp. 210, euro 12,40).<br />
Nel libro i due autori sottolineano che oggi accesso al sapere significa accesso al lavoro, al reddito e ai diritti. Quindi, favorire l&#8217;accesso al sapere significa favorire processi di inclusione sociale ma anche l&#8217;occasione per trasformare il sistema paese Italia, rendendolo competitivo sul piano internazionale e in grado di affrancarsi dai monopoli del sapere e dalla dipendenza tecnologica che lo hanno reso un paese di conquista. Perciò ribadiscono l&#8217;importanza per la sinistra dell&#8217;impegno nella costruzione di una &#8220;industria del sapere&#8221; e di una politica che sia il luogo della piena rappresentanza del mondo del lavoro, punto di partenza per &#8220;riscrivere un nuovo patto sociale attorno ai ceti del lavoro e dell&#8217;innovazione assumendo l&#8217;obiettivo di una radicale trasformazione del processo di sviluppo&#8221;.<br />
L&#8217;insistenza dei due autori sulla formazione e sugli investimenti nella ricerca, pubblica e privata, se da un lato guarda a quello che accadde nella Silicon Valley del boom della net economy, dall&#8217;altro registra in maniera sconsolata ma non rassegnata la riorganizzazione su base censitaria della formazione nel nostro paese e la disperante miopia di un&#8217;industria che invece di competere in ricerca e innovazione riduce il costo del lavoro e taglia occupazione, rivelandosi incapace di valorizzare il capitale di competenze espresso dalla società. Per gli autori, non ci sono scorciatoie. Non resta che investire nella produzione e diffusione del sapere come elemento di un nuovo modello di sviluppo che abbia come obiettivi la pace, la democrazia, i diritti e, soprattutto un altro welfare, immaginando un nuovo tipo di keynesismo, chissà digitale.<br />
Del resto, lo statuto della conoscenza nelle società industrializzate è da tempo al centro del dibattito scientifico e intellettuale ma non fa ancora parte a pieno titolo dell&#8217;agenda politica. Eppure quella del sapere è una grande questione di democrazia perché è al centro delle nuove forme di produzione e distribuzione della ricchezza e influenza ogni ipotesi di sviluppo economico e sociale. Il sapere è la materia prima dell&#8217;innovazione, è alla base di ogni produzione tecnologicamente avanzata e di tutta l&#8217;industria culturale e della comunicazione e il suo valore è destinato a crescere in una economia che si caratterizza sempre di più per la manipolazione di oggetti cognitivi.<br />
Oggi la possibilità di curarsi, di apprendere, di socializzare, di partecipare alla vita democratica dipendono dalla disponibilità di questa conoscenza e da come essa viene impiegata nelle moderne tecniche di insegnamento, nella produzione degli alimenti e dei farmaci, dei prodotti culturali e di informazione. L&#8217;impossibilità per molti di accedere al sapere e ai suoi prodotti ha generato nuove forme di esclusione sociale come il divario digitale, la frontiera che divide chi è in grado di sfruttare le possibilità offerte dalle tecnologie e chi non lo può fare e, soprattutto la sua appropriazione privata mediante il copyright e i brevetti ha generato nuove povertà fino a rappresentare una minaccia per la biodiversità, la sovranità alimentare e persino la sopravvivenza di intere popolazioni. Un esempio di questa appropriazione è quello per cui la brevettazione del genoma di una pianta curativa conosciuta da millenni si traduce nell&#8217;impossibilità di utilizzarla per curarsi senza pagare i diritti ai &#8220;nuovi titolari&#8221;. Oppure il costo elevato dei brevetti per la produzione di farmaci anti-Aids che impediscono ai paesi poveri di curare i propri malati.</p>
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		<title>Presentazione Speciale Aprile:</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Mar 2003 20:03:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[
Federazione Nazionale della Stampa
C.so V. Emanuele 349, Roma
dale16:30 alle 19:30
Presentazione Speciale Aprile:
La Societa&#8217; dell&#8217;informazione:
 Economia, conoscenza, lavoro, tecnologie, formazione, etica dei media
“Nonostante tutti ne parlino, i benefici della rivoluzione digitale tardano ad arrivare. Fra vecchi e nuovi poteri, la politica stenta a rivendicare il suo ruolo, mentre l’intelligenza collettiva fatica a individuare forme organizzative adeguate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-90"></span><br />
Federazione Nazionale della Stampa<br />
C.so V. Emanuele 349, Roma<br />
dale16:30 alle 19:30</p>
<p>Presentazione Speciale Aprile:</p>
<p>La Societa&#8217; dell&#8217;informazione:<br />
 Economia, conoscenza, lavoro, tecnologie, formazione, etica dei media</p>
<p>“Nonostante tutti ne parlino, i benefici della rivoluzione digitale tardano ad arrivare. Fra vecchi e nuovi poteri, la politica stenta a rivendicare il suo ruolo, mentre l’intelligenza collettiva fatica a individuare forme organizzative adeguate ad incidere nel reale. Intanto, l’Italia diventa terra di conquista di tycoon spregiudicati e di editori che si improvvisano legislatori. Si è aperta una inedita battaglia culturale dagli esiti tutt’altro che certi ma che dipendono dalla qualità dell’alleanza fra la società e la politica”.</p>
<p>Intervengono:</p>
<p>Paolo Serventi Longhi (segretario FNSI)<br />
Nicola Tranfaglia (Direttore Aprile)<br />
Vincenzo Vita (Assessore Cultura Prov. Di Roma)<br />
Mario Morcellini (Univ. Di Roma)<br />
Patrizio Di Nicola (Univ. Di Roma)<br />
Anna Carola Freschi (Univ. di Firenze)<br />
Andrea Capocci (Rete ricercatori precari)<br />
Adriano Labbucci (Associazione Aprile)<br />
Giulio De Petra (Associazione Il Secolo della Rete)<br />
Marco Bascetta (direttore Manifestolibri)</p>
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		<title>FRESCHI</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Feb 2003 16:59:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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Società dell’informazione e società dei saperi
(Anna Carola Freschi)
La trasformazione iniziata negli anni ’60 e che va ancora sotto il nome di società dell’informazione – anche dopo le nuove opzioni di sviluppo innestatevi dalla diffusione delle reti digitali -, sta dispiegando con sempre maggior evidenza uno dei suoi potenziali più importanti: il cambiamento delle forme della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-82"></span><br />
Società dell’informazione e società dei saperi<br />
(Anna Carola Freschi)</p>
<p>La trasformazione iniziata negli anni ’60 e che va ancora sotto il nome di società dell’informazione – anche dopo le nuove opzioni di sviluppo innestatevi dalla diffusione delle reti digitali -, sta dispiegando con sempre maggior evidenza uno dei suoi potenziali più importanti: il cambiamento delle forme della partecipazione sociale.<br />
La società dell’informazione poteva dirigersi, ed è successo, verso processi più sofisticati di burocratizzazione, nel pubblico e nel privato, di controllo sociale, verso una individualizzazione esasperata delle condizioni di vita e di lavoro. Poteva ridurre la società in frammenti eterodiretti e isolati, governati dalla razionalità unica dell&#8217;efficienza economica, da una visione compatta ed astratta del mercato e della tecnica.<br />
Per fortuna, a questo sviluppo se ne sono accompagnati altri di segno opposto. Tra questi sentieri alternativi c’è quello di coloro che, concentrandosi su pratiche sociali nuove delle tecnologie info-telematiche al centro della trasformazione, ne hanno valorizzato le opportunità più autenticamente innovative, spingendosi oltre, proprio alla ricerca della società: comunità virtuali, media ‘dal basso’, forme inedite di cooperazione produttiva, esperienze nuove di partecipazione civica e di azione collettiva.<br />
Il percorso di questi attori sociali – hackers, media-attivisti, sostenitori dei diritti in rete (cyberights), reti civiche comunitarie &#8211; ha un grandissimo valore paradigmatico rispetto al panorama dei protagonisti della trasformazione sociale in corso. Al centro del loro discorso politico ci sono infatti la ri-appropriazione della tecnologia, della ricerca e della comunicazione da parte di tutti: contro la colonizzazione commerciale della sfera pubblica, e quella incalzante della scienza, per la socializzazione universale dei saperi come base per una società giusta e aperta, creativa e solidale; per uno sviluppo tecnologico orientato al soddisfacimento dei bisogni sociali e disincantato di fronte al feticismo delle merci hi-tech. Queste istanze sono fondate sul riconoscimento dell&#8217;irriducibilità delle identità culturali e sociali individuali e di quelle dei gruppi più deboli, sulla critica all&#8217;organizzazione sociale burocratica e sulla riaffermazione del principio della solidarietà sociale. Tutti questi temi sono riferimento centrale per molti altri soggetti della ‘società dei saperi’, soggetti portatori appunto di saperi eterodossi, marginali e fortemente contestuali – donne, ambientalisti, movimenti dei paesi del sud del mondo, pacifisti, ecc..<br />
Uno degli aspetti più stimolanti dei nuovi movimenti sociali è proprio l’aver costituito questa grande agora dei saperi. La rete virtuale è stata un elemento chiave in questo processo e per questi soggetti, spesso esclusi dal sistema mass mediale. Ha permesso di creare nuove relazioni sociali, di costruire identità, più aperte e complesse, di attivare iniziative e progetti. La rete virtuale è divenuta indistinguibile da quella sociale, si è intrecciata con i territori, più vicini e lontani, e, sfuggendo alla pressione della globalizzazione mass mediatica, ha permesso sia di ricostruire una sfera pubblica intermedia, un luogo di incontro e dialogo fra simili ma non identici, sia di gettare ponti verso la sfera pubblica di massa.<br />
Le implicazioni politiche generali di questa grande trasformazione sono molte e importanti. Una, centrale, riguarda la diffusione della politica nelle pratiche quotidiane e non istituzionali, segnalata da tempo da autorevoli studiosi. E&#8217; uno spostamento di baricentro che ha comportato per i soggetti l’opportunità di costruire nuove micro-reti sociali di relazioni e di condivisione. Il secondo punto è strettamente collegato. Nella società dei saperi non si può prescindere dal riconoscere valore alla partecipazione e al contributo di ciascun individuo, indipendentemente dalle sue affiliazioni organizzative. L’idea di democrazia partecipativa, in cui i processi decisionali sono assimilati idealmente a percorsi di apprendimento cooperativo &#8211; senza eludere gli elementi conflittuali – va incontro a quest&#8217;esigenza di partecipazione fuori dalle logiche rappresentative consolidate, attenta agli individui, ai gruppi informali, alle identità emergenti.<br />
Ancora una considerazione. Nella società emergente i conflitti e i dilemmi sulla tecnologia – che innerva sempre più processi produttivi e simbolici &#8211; riguardano tutti. Le questioni legate alla tecnologia, ai diritti digitali, alle nuove forme di regolazione della proprietà intellettuale, non possono essere considerate una faccenda dei soli tecnologi, un settore delle politiche a se&#8217; stante, un nuovo recinto di competenze in competizione. E’ importante che a sinistra politici di professione e movimenti, ma anche specialisti della tecnica, colgano le opportunità di questo aspetto.</p>
<p>Welfare state e società dell’informazione.<br />
(A.C.F.)<br />
Non c’è società dell’informazione solida e solidale senza Welfare state. Questa la tesi centrale del bel saggio The Welfare State and The Information Society. The Finnish Case (Oxford, 2001),  di Manuel Castells, uno dei massimi interpreti della ‘società in rete’, e Pekka Himmanen, autore de L’etica hacker e lo spirito della società dell’informazione (Feltrinelli 2001). In questo scritto, passato purtroppo quasi inosservato nel dibattito italiano sul welfare e anche sulla società dell’informazione, Castells e Himmanen mostrano come siano possibili percorsi di sviluppo della società dell’informazione divergenti, con costi sociali ed economici molto diversi. I tre modelli presi in considerazione &#8211; quello neo-liberista statunitense, quello autoritario di Singapore, e quello finlandese, dove, nel confronto, welfare state, protezione del lavoro, relazioni industriali sembrano aver resistito all’onda neoliberista &#8211; si sono via via distanziati su tutta una serie di indicatori di non poco conto, relativi a disuguaglianze sociali, criminalità e stabilità della crescita.<br />
Gli autori sostengono che proprio le caratteristiche della società dell’informazione, la centralità dell’innovazione, la flessibilità richiesta al lavoro e alle imprese, gli investimenti nella formazione e nella ricerca, rendono il sistema di garanzie sociali e relazioni industriali, la fiscalità  e gli investimenti in beni e servizi collettivi ancora più cruciali per lo sviluppo, oltre che per la coesione sociale, di quanto quelle stesse istituzioni non fossero state nella società industriale.</p>
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