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	<title>ArDiCor &#187; Studi e ricerche</title>
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	<description>Open Source e diritti digitali nell'innovazione tecnologica</description>
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		<title>I nemici della rete: il libro</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jan 2011 22:59:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;I nemici della rete&#8221; &#8211; di Arturo Di Corinto e Alessandro Gilioli. Prefazione Stefano Rodotà 
Formato: Tascabile
Pagine: 285
Lingua: Italiano
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Anno di pubblicazione 2010
Codice EAN: 9788817042758
Generi: Informatica, Internet e Web, Musica e spettacolo, radio &#038; TV, Politica e società, Giornalismo e Editoria
La rete è la moderna frontiera della libertà e della democrazia. Luogo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2010/09/nemici-197x300.jpg" alt="nemici" title="nemici" width="197" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-1760" /><strong>&#8220;I nemici della rete&#8221; &#8211; di Arturo Di Corinto e Alessandro Gilioli. Prefazione Stefano Rodotà </strong></p>
<p>Formato: <strong>Tascabile</strong><br />
Pagine: <strong>285</strong><br />
Lingua: <strong>Italiano</strong><br />
Editore: <strong>BUR Biblioteca Univ. Rizzoli</strong><br />
Anno di pubblicazione <strong>2010</strong><br />
Codice EAN: <strong>9788817042758</strong><br />
Generi: <strong>Informatica, Internet e Web, Musica e spettacolo, radio &#038; TV, Politica e società, Giornalismo e Editoria</strong></p>
<p>La rete è la moderna frontiera della libertà e della democrazia. Luogo che apre canali di condivisione e scambio, internet è un diritto irrinunciabile, e la sua tutela l’unità di misura di un Paese civile. Nella corsa al digitale, però, l’Italia è il fanalino di coda dell’Occidente e il ritardo accumulato rischia di condannare i nostri figli a crescere in un Paese del terzo mondo.<br />
Ma qual è il freno che ci tiene inchiodati al passato? A chi giova l’ostinazione all’arretratezza che risulta evidente nei rapporti tra potere e web?<br />
In un’inchiesta accurata e coraggiosa Arturo Di Corinto e Alessandro Gilioli svelano il lato oscuro di una catena di ottusità e interessi: leggi che sono al limite della censura, una burocrazia che è un pachiderma mangiasoldi, un’opposizione politica maldestra che nasconde la difesa di lobby intoccabili, fondi destinati all’innovazione che restano congelati nelle casse dello Stato, l’astio di una certa casta di giornalisti che vede tremare una tradizione di privilegi.<br />
Ma in un’Italia in affanno, gli autori raccontano anche le storie dei pochi illuminati che hanno visto nel web una risorsa, non soltanto per le proprie tasche, indicando così la strada perché il futuro non resti per noi soltanto un’ipotesi.</p>
<p><strong>ALESSANDRO GILIOLI</strong> è giornalista de “L’espresso”e tiene il blog “Piovono rane”. Ha scritto, tra gli altri, Forza Italia: la storia, gli uomini, i misteri e, con Renato Gilioli, Cattivi capi, cattivi colleghi e Stress Economy. Per BUR Futuropassato ha pubblicato Premiata macelleria delle Indie (2007).</p>
<p><strong>ARTURO DI CORINTO</strong> ha fatto ricerca e insegnato presso la Stanford University e la Sapienza di Roma. Consulente per la Presidenza del Consiglio dei ministri e l’Onu, scrive per “Il Sole 24 Ore”. È autore di numerosi saggi, come Hacktivism (2002). Il suo sito è <a href="http://www.dicorinto.it">www.dicorinto.it</a>.</p>
<p><a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2010/09/22/i-nemici-della-rete-chi-e-perche-fa-la-guerra-a-internet/">La recensione di Vittorio Zambardino</a></p>
<p><a href="http://www.zeusnews.it/index.php3?ar=stampa&#038;cod=13084&#038;numero=999">La recensione di ZeusNews</a></p>
<p><a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/per-chi-vota-facebook/2134550/8/0">Segnalazione de L&#8217;Espresso</a></p>
<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/02/leggi-bavaglio-e-lobby-della-televisione-la-politica-italiana-e-la-vera-nemica-di-internet/67144/">L&#8217;articolo su Il Fatto Quotidiano</a></p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/2010/10/04/paolo-romani/">L&#8217;articolo di Ilpost</a></p>
<p><a href="http://www.radio.rai.it/radio1/zapping/view.cfm?Q_EV_ID=320109&#038;Q_PROG_ID=107">Intervista a Zapping, Radio 1 Rai</a></p>
<p><a href="http://tg24.sky.it/tg24/politica/2010/10/19/anticipazione_libro_di_corinto_gilioli_i_nemici_della_rete_politica_internet_elezioni_bur.html">Intervista Sky TG 24</a></p>
<p><a href="http://daily.wired.it/news/internet/chi-sono-i-nemici-della-rete.html">Intervista a Wired</a></p>
<p><a href="http://ilcaffe.blog.rainews24.it/2010/10/25/al-caffe-di-mineo-rosa-villecco-calipari/">Intervista a RaiNews24</a></p>
<p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/01/la-governance-mondiale-di-internet-fra-diritti-e-controllo/74704/">Segnalazione da il Fatto</a></p>
<p><a href="http://giardinodelmago.blogspot.com/2010/11/i-nemici-della-rete.html">Recensione: Il Giardino del Mago</a></p>
<p><a href="http://www.omat360.it/">http://www.omat360.it/</a></p>
<p><a href="http://www.ilgiornale.it/cultura/quei_politici_italiani_destra_e_sinistra_incapaci_usare_rete/22-11-2010/articolo-id=488595-page=0-comments=1">La recensione di Il Giornale</a></p>
<p><a href="http://www.innovazionepa.gov.it/rassegna/pdf/2011/gennaio/ecoh9.pdf">La Gazzetta del Mezzogiorno: Intervista a Arturo DI Corinto su I Nemici della Rete</a> </p>
<p><a href="http://it.ejo.ch/?p=3401">Segnalazione dello European journalism observatory</a></p>
<p><a href="http://lindro.it/Dal-Nord-Africa-al-resto-del-mondo">L&#8217;Indro</a></p>
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		<title>Barack Obama: un successo costruito in rete (a suon di dollari)</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jul 2009 10:08:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cometa]]></category>
		<category><![CDATA[Studi e ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[Arturo Di Corinto e Ania Maslova
per Cometa, Rivista di comunicazione, etica, ambiente
Storicamente, il dibattito sulla competizione online dei partiti si è concentrato sul presupposto  che Internet possa contribuire a «livellare il campo di gioco» della comunicazione politica, permettendo alle formazioni minori di competere ad armi pari con i partiti «incumbent”, favorendo un maggiore pluralismo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Arturo Di Corinto e Ania Maslova<br />
per <a href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&#038;op=viewarticle&#038;artid=8892">Cometa,</a> Rivista di comunicazione, etica, ambiente</strong></p>
<p>Storicamente, il dibattito sulla competizione online dei partiti si è concentrato sul presupposto  che Internet possa contribuire a «livellare il campo di gioco» della comunicazione politica, permettendo alle formazioni minori di competere ad armi pari con i partiti «incumbent”, favorendo un maggiore pluralismo democratico. Questa tesi si basa su quattro elementi: a) la natura di Internet, un medium globale e immediato che offre l&#8217;opportunità di creare una propria piattaforma mediale; b) l&#8217;abbassamento dei costi professionali delle campagne condotte via Internet che consente di produrre comunicazione politica a costi bassissimi grazie a pochi mezzi e un know-how specifico; c) l&#8217;ethos di Internet che si è sviluppata a partire da avanguardie libertarie e anarchiche ideologicamente vicine alle formazioni radicali e minoritarie; d) l&#8217;effetto moltiplicatore per cui la compresenza sulla stessa piattaforma o canale, Internet, annullerebbe gli squilibri prodotti nei media mainstream, facendo acquisire legittimità e credibilità anche alle piccole formazioni.</p>
<p>Questo approccio è stato successivamente contestato dai cosiddetti teorici della normalizzazione. <span id="more-1115"></span>I sostenitori di questa tesi suggeriscono che, lungi dal produrre una sfera politica pluralista e più democratica, Internet avrebbe comunque avvantaggiato i candidati in possesso di elevate risorse, con un&#8217;organizzazione tradizionale, i quali avrebbero saputo dominare il cyberspace nello stesso modo in cui dominavano altri canali di comunicazione riproducendo in rete gli stessi equilibri che producevano offline. </p>
<p>I teorici della normalizzazione argomentano le proprie posizioni facendo leva su tre argomenti: a) Le risorse disponibili rimangono cruciali per fare la differenza nei risultati. Campagne sofisticate, interattive e permanenti richiedono crescenti risorse umane e finanziarie di cui i partiti minori o i candidati marginali spesso difettano; b) I media tradizionali rimangono centrali per acquisire visibilità alla propria politica. I siti dei partiti non sarebbero in grado di attrarre elettori che non hanno un preesistente interesse per la politica e che non conoscono il partito, mentre gli sfidanti più forti sfruttano la loro predominanza all&#8217;interno dei media tradizionali a vantaggio della competizione online; c) La commercializzazione di Internet è tale che il mondo online col tempo riproduce le dinamiche del mondo offline. I contenuti legati alla politica sono solo una minuscola parte del web e gli interessi politici marginali rappresentano solo una frazione di questi ridotti contenuti politici.</p>
<p>Sebbene alcune delle argomentazioni dei teorici della normalizzazione non abbiano retto agli studi empirici condotti sulle campagne via Internet, recentemente alcune ricerche più dettagliate hanno riformulato questo approccio: Internet non ha un effetto di radicale democratizzazione nelle competizioni partitiche, ma ne conserva il potenziale. Se Internet non aumenta drasticamente il numero di voti per i piccoli partiti, gli permette di organizzarsi e competere più efficacemente. Dunque, lungi dal non avere effetti, Internet può supplire, rinforzare o accellerare i trend preesistenti in politica. </p>
<p>E&#8217; tuttavia da sottolineare il ruolo dei partiti come tali rispetto al valore aggiunto che Internet può offire. Non è irragionevole supporre che differenti tipi di partiti (ideologici e organizzativi), pur con differenti obiettivi, rispondano alle ICTs proiettando su di esse la loro storia, le loro pratiche e la loro struttura organizzativa. In particolare sono stati individuati tre tipi di influenza endogena ai partiti:<br />
a) Risorse. Uno staff professionale e programmi web avanzati, fanno la differenza nella sofisticazione nelle campagne online e nell&#8217;attrattività della presenza online sull&#8217;elettore. Se i partiti o i candidati possono permettersi di impiegare un web staff specializzato, giornalisti per scrivere gli articoli sul sito e lo staff per rispondere alle email e moderare le discussioni online questi saranno più favoriti a produrre campagne online sofisticate; b) Strumenti. I tool della comunicazione online come i database per l&#8217;email, siti, blog, podcast e altri, consentono di generare risorse per partiti e candidati; c) Donazioni. Quando i fondi governativi sono la primaria o l&#8217;esclusiva fonte di finanziamento delle campagne, Internet non può giocare un ruolo rilevante di generatore di risorse finanziarie. In altri sistemi dove i fondi governativi sono parziali e le donazioni private sono la fonte principale della campagna, come negli Stati Uniti, Internet diventa uno strumento cruciale per il fundraising.<br />
Un esempio dell&#8217;importanza di questi elementi è ravvisabile dall&#8217;uso che di Internet hanno fatto gli strateghi di Obama.</p>
<p>OBAMA</p>
<p>La strategia Internet del democratico Barack Obama è stata il frutto di un accurato e paziente lavoro messo in piedi fin dal 2007. A guidare l&#8217;eccezionale team autore delle fortune dell&#8217;ex senatore dell&#8217;Illinois, è stato David Axelrod, affermato consulente delle campagne democratiche ed ex columnist del Chicago Tribune. L&#8217;altro personaggio chiave della squadra era David Plouffe, l&#8217;uomo delle strategie e campaign manager del candidato democratico. Attorno a questi due leader indiscussi  hanno lavorato oltre venti esperti in comunicazione e pubblicità, opinionisti e blogger, consulenti politici e fundraiser, incaricati di trovare i finanziamenti.  Uno di loro, Chris Hughes, il venticinquenne fondatore del social network Facebook, laureato ad Harvard e da sempre militante democratico, ha lavorato per Obama dal febbraio 2007. Inizialmente lo ha inserito e radicato su Facebook, dove al termine delle primarie i gruppi del senatore avevano raggiunto la cifra record di 1milione e 10 mila sostenitori, dopodiché ha provveduto anche al suo posizionamento nel sito antagonista MySpace. Sempre Hughes è stato l&#8217;artefice del multiforme e cliccatissimo sito MyBarackObama.com , che ha via via raccolto tutte le iniziative della campagna elettorale, dando la possibilità ai supporter di pubblicizzare ogni appuntamento del candidato e di concretizzare la campagna con azioni di volontariato.  </p>
<p>Il sito ufficale del candidato, BarackObama.com , è stato costruito come un gioiello tecnologico, sicuramente il migliore fra tutti quelli degli sfidanti nella corsa alla nomination: grafica gradevole, immediata ed essenziale, con un&#8217;elevata funzionalità. Continuamente aggiornato, molto ricco di contenuti, sposava perfettamente lo stile comunicativo tipico della rete, evitando di riproporre materiale elaborato con linguaggi di altri mezzi o destinato ad altri media. Con una navigabilità di elevata qualità, il vantaggio di poter trovare tutto ciò che occorre senza essere confusi da informazioni non richieste, nel corso del tempo il sito è stato più volte cambiato, in meglio, e ha adottato una strategia comunicativa adeguata al momento.<br />
Il candidato si era dotato da subito di un suo webchannel chiamato «BarackTV», con i video dei momenti chiave dei suoi comizi, ma anche della loro versione integrale, e contenuti di alta qualità elaborati appositamente per il medium. Nella sezione «Barack Everywhere» erano presenti i collegamenti ai social media esterni, in tutto 12, tra cui, oltre a quelli già citati, anche BlackPlanet.com, Linkedln e MiGente. Il blog, fatto con grande professionalità, molto attivo e partecipato, riceveva in media circa 300 commenti per ogni post condivisibili attraverso Digg, Facebook, Newsvine, Stumble e Del.icio.us. Una curiosità: all&#8217;interno dell&#8217;«Obama Store», nella sezione chiamata «Artisti per Obama» era possibile acquistare le bellissime serigrafie, aventi per soggetto Obama, degli artisti che si sono schierati con il senatore, tra cui il noto Shepard Fairey (ovviamente è tutto «sold out»).<br />
L&#8217;innovativo uso della rete è stato uno dei segreti della vittoria alla nomination democratica del senatore. Lo stesso Obama ha raccontato al settimanale Time di non aver previsto un tale successo:</p>
<p>«Inizialmente non avevamo previsto quanto fosse possibile usare Internet nel modo più efficace per mobilitare le realtà di base, sia sul fronte organizzativo che su quello finanziario. E&#8217; stata una delle più grandi sorprese della campagna, è stato incredibile vedere con quale potenza il nostro messaggio andava a fondersi con la realtà del social networking e con la potenza moltiplicatrice di Internet.» </p>
<p>In realtà Internet non ha rappresentato per il candidato democratico solo delle opportunità, ma anche dei rischi, basti pensare alla campagna avversaria di milioni di email che lo presentavano come un musulmano nero. In generale la sovraesposizione mediatica dei candidati e la possibilità di immortalare momenti potenzialmente imbarazzanti e condividerli in Rete è un rischio a cui gli staff dei candidati sono mo lto attenti.  Comunque, nonostante la negatività della campagna denigratoria, bisogna sottolineare come anche l&#8217;utilizzo del sito di videosharing YouTube avesse premiato ancora una volta Obama: il suo discorso di 37 minuti sul superamento della questione razziale intitolato «A more Perfect Union» ha avuto oltre 4 milioni di contatti, mentre le immagini con le parole infuocate e compromettenti del suo ex pastore, Jeremiah Wright, sono state viste da circa un milione di persone.   Comunque non sembra azzardato dire che il sorprendente esito positivo della campagna ha ripagato abbondantemente le note stonate: a suon di dollari.</p>
<p>FUNDRAISING<br />
Internet ha cominciato ad essere considerato un mezzo efficace per la raccolta di fondi elettorali nel 2004, quando la campagna di Howard Dean e le attività di MoveOn.org suscitarono un vero dibattito fra analisti e professionisti circa le opportunità di usare la rete per raccogliere fondi dai propri supporter.</p>
<p>Molte cose sono accadute da allora in questo campo ma quello che è diventato chiaro nel frattempo è che per trasformare un utente casuale di un sito in un supporter è necessario una seria pianificazione della propria presenza online, un&#8217;adeguata promozione del sito, la costruzione di un senso di comunità e di un rapporto, anche emotivo, con i potenziali donatori. Solo se costoro sentono un effettivo legame con la causa o con il candidato saranno disposti a finanziarli. Obiettivo del fundraiser è sempre quello di costruire tale legame. E siccome questo obiettivo viene perseguito in gran parte via email è necessario costruire accuratamente la lista di potenziali donatori, pianificare bene il messaggio, deciderne e regolarne accuratamente la frequenza, non chiedere mai solo denaro e offrire sempre qualcosa in cambio: updates, gadgets, informazioni. Molto importante risulta connettere la richiesta a obiettivi specifici della campagna.</p>
<p> Se appare scontato usare al meglio il proprio sito per ottenere donazioni, mettere un Donate botton su ogni pagina del sito è un must. Secondo Colin Delany dopo aver fatto questo è importante:</p>
<p>&#61607;	adeguare il linguaggio della richiesta all&#8217;obiettivo e alla posizione nella pagina web, avendo cura di dettagliare al meglio la richiesta specificando l&#8217;uso che verrà fatto del denaro;<br />
limitare al massimo il numero di passaggi necessari per la donazione;<br />
specificare la cifra specifica necessaria per iniziative specifiche, consentendo all&#8217;utente di scegliere a quale progetto contribuire e a quale livello;<br />
valutare con attenzione la serietà, la qualità e l&#8217;affidabilità del servizio di donazione per evitare brutte sorprese al momento di scalare i costi del servizio stesso dalla donazione.</p>
<p>Uno sviluppo vertiginoso delle potenzialità dell&#8217;internet fundraising è coinciso con la campagna per le primarie americane: Obama e Clinton hanno raccolto milioni di dollari via internet. Altri sviluppi di questa tecnica pure si sono rivelati interessanti, come la costruzione di piccoli gruppi di donatori a cui far ricorso per occasioni specifiche o l&#8217;opportunità di avere denaro immediatamente spendibile per la campagna &#8211; cosa prima impossibile col sistema degli assegni spediti via posta che dovevano essere depositati in banca -. E c&#8217;è un altro indiscutibile vantaggio: alla donazione online è associato i conferimento dei dati personali dei donatori che diventano così immediatamente disponibili per analisi e rapporti anche di tipo burocratico e fiscale.</p>
<p>Raccolta fondi<br />
Nella raccolta dei fondi online la strategia intrapresa si è dimostrata vincente oltre ogni aspettativa: il record storico dei 287 milioni di dollari raccolti per le primarie da Obama rappresenta un risultato straordinario.  Innanzitutto simbolico, in quanto ribalta il paradigma secondo il quale negli Stati Uniti  sono i repubblicani  ad avere il dominio assoluto in qualsiasi cosa abbia a che fare con il denaro. Inoltre, il miracolo Internet di Barack Obama si è rivelato «una macchina capace di rivoluzionare le elezioni presidenziali americane, i rapporti tra poteri economici e politica e la geografia della corsa alla Casa Bianca».  Oltre un milione e mezzo di persone ha spedito una somma di denaro. Il 93% dei contributi pervenuti riguarda cifre inferiori ai 200 dollari e in maggioranza piccole donazioni di 25, 50 e 100 dollari. Analizzando nel dettaglio il profilo dei donatori è emerso che in prevalenza sono studenti, pensionati e soprattutto avvocati. A sostenere economicamente Obama sono più gli uomini che le donne, le persone che lavorano nelle banche e nella finanza non fanno mancare il loro consenso, le università sembrano dei rubinetti aperti grazie alle donazioni non solo di studenti, ma anche di professori e ricercatori. Ad ogni modo, il successo del fundraising ha permesso al senatore dell&#8217;Illinois di rinunciare ai fondi pubblici, equivalenti a 85 milioni, che impongono però severe restrizioni ad ogni altra raccolta di denaro. Anche la raccolta di denaro ha i suoi costi. Obama ha investito 17 milioni di dollari per la costruzione della sua potente macchina online, per catturare il consenso dei naviganti, per acquistare indirizzari e ricerche sui costumi e le abitudini degli elettori americani.<br />
Pubblicità<br />
Il denaro raccolto, in seguito, è stato distribuito in varie attività per la campagna, in cui una delle voci più imponenti riguarda la pubblicità. Dando uno sguardo alla ripartizione dei fondi destinati a tale settore, risulta che al primo posto si trova la TV, ma al secondo si trova Internet con sei milioni di dollari, mentre solo al terzo posto troviamo la stampa. Al fine di perfezionare la targettizzazione dei messaggi, Axelrod ha anche elaborato la dynamic identity, in cui ogni versione della propaganda sul web viene segmentata, e quindi personalizzata, per i singoli gruppi; dagli ambientalisti agli sportivi fino ai Kids for Obama.  Per non parlare del «Brand Obama», accuratamente studiato e promosso massicciamente tramite la vendita di innumerevoli gadget acquistabili dal sito del candidato.<br />
Tra i vari tool che hanno contribuito a determinare la candidatura alla nomination democratica del senatore, rientra anche Twitter, un social network il cui nome significa letteralmente «cinguettio», e che da&#8217; la possibilità di respirare il clima di qualsiasi avvenimento, anche piccolo e banale, riuscendo a coinvolgere in tempo reale gli utenti del servizio chiedendogli di rispondere a una semplice domanda: «Cosa stai facendo?». Questa piattaforma di microblogging permette di aggiornare le conversazioni in 140 caratteri via sms o via internet. In seguito all&#8217;inserimento del profilo di Obama, il senatore è subito balzato al primo posto della classifica dei più «twittati», mentre al termine delle primarie risultava essere nella top three del social media creato nel 2006 .<br />
Altri elementi importanti, anche marginali e di natura ludica, ma di forte impatto mediatico, che hanno trainato la popolarità del candidato dell&#8217;Illinois, soprattutto tra i giovani, sono stati:<br />
&#61607;	il discorso di un comizio di Obama trasformato in videoclip musicale lanciato da YouTube, del noto gruppo rapper Black Eyed Peas con la collaborazione di diverse celebrità tra cui Scarlett Johansson , che ha scalato le classifiche internazionali (in bianco e nero per accostare il comizio del candidato al celebre discorso di J.F. Kennedy e per raccogliere l&#8217;eredità di Martin Luther King);<br />
&#61607;	l&#8217;interminabile lista di personaggi celebri della pagina di Wikipedia.org «List of Barack Obama Primary campaign endorsements», divisa tra media a stampa, bloggers, attori, scittori, politici, atleti, attivisti politici e sociali e cosi via (la lista di Hillary Clinton risulta almeno 5 volte più corta, anche se ha goduto dell&#8217;endorsement dell&#8217;importante quotidiano New York Times);<br />
le «Obama Girls» capitanate dalla famosa modella Amber Lee Ettinger, e in particolare  l&#8217;imbarazzante video, visto quasi 900.000 volte, in cui lei dichiara di essersi «presa una cotta per Obama» in cui il senatore appare in costume da bagno con un fisico statuario</p>
<p> La precisione maniacale nello studio degli strumenti utilizzati per creare consenso, fa di Obama un vero outsider, il social politic, o il politico 2.0, come recentemente è stato chiamato, che sa parlare agli elettori come se fossero amici, che annulla le distanze sociali e si proietta nel futuro. Il candidato post-politico ha saputo veicolare efficacemente il messaggio alle giovani generazioni, utilizzare i social network come via preferenziale per la propaganda politica, investire su una campagna grassroots, ovvero basata sull&#8217;azione collettiva che parte dal basso e che presuppone un rapporto diverso tra il candidato e i sostenitori che si attivano  in favore della campagna e che rappresenta il fattore chiave di successo in un contesto in cui la Rete mette a disposizione la possibilità di miscelare, reinventare, adattare dati e informazioni trasformando ogni singolo supporter in un protagonista della sfida elettorale. </p>
<p>Obama ha sbaragliato l&#8217;avversario anche grazie all&#8217;uso efficiente della rete nella raccolta dei fondi e nella mobilitazione degli  indecisi, oltre che per la motivazione fornita ai sostenitori. Forse non sarebbe accaduto senza la cultura politica di un outsider che conosce il valore dell&#8217;autorganizzazione e della cooperazione, ma non sarebbe avvenuto senza un messaggio politico forte da comunicare, e questo messaggio era lo stesso Obama. Infatti, al di là dell&#8217;effettivo utilizzo della rete da parte di un partito o di un candidato, quello che veramente conta e che «passa» è la capacità di immedesimarsi nell&#8217;elettorato, facilitando l&#8217;autorganizzazione e la capacità di networking dei supporter politici. Obama ha dimostrato che si può fare.</p>
<p>Il passaggio, storico, da Internet come strumento di comunicazione a Internet come strumento di mobilitazione, è probabilmente da ricercarsi nelle peculiarità della rete che non funziona tanto come veicolo di comunicazione e informazione, quanto come strumento organizzativo, di coordinamento, di partecipazione, di mobilitazione degli elettori.<br />
Il valore aggiunto della rete sembra essere proprio questo, visto che gli altri mezzi tradizionali si offrono già come strumento di comunicazione e l&#8217;informazione. Ed è esattamente quello che i partiti italiani non hanno compreso.<br />
In Italia il discreto successo del web per la comunicazione elettorale non ha intaccato il protagonismo dell&#8217;informazione politica televisiva. La scarsa conoscenza delle potenzialità dei new media da parte dei politici/partiti, una loro declinazione «difettosa», un sistema dell&#8217;informazione blindato, la bassa penetrazione della rete in Italia fra i meno giovani, sono tutti elementi che hanno disincentivato lo sviluppo del web come strumento politico, impedendo di sfruttarne le potenzialità proprio a chi se ne poteva giovare maggiormente: i partiti che non hanno accesso a importanti risorse comunicative e finanziarie.</p>
<p>BOX (facoltativo, separato dal testo)<br />
ONLINE ADVERTISING<br />
La pubblicità online è probabilmente  uno degli strumenti più sottovalutati dalla politica in rete.  Di solito, nel corso delle campagne elettorali, solo poche risorse del budget relativo alla pubblicità vengono destinate all&#8217;audience del web. Questo è di certo un paradosso, considerato i vantaggi economici prodotti dalle donazioni effettuate attraverso la rete.<br />
L&#8217;advertising online può assumere almeno tre forme: quella dei classici «banner visuali», quella «contestuale», «quella dei blog».<br />
I banner visuali, i «display ads», vanno pianificati con cura sia in relazione al target sia in relazione alle caratteristiche tecniche e grafiche degli spazi in ci vengono inseriti. Da citare ad esempio che i display ads possono visualizzare differenti tipi di messaggio per differenti categorie di utenti Internet ad esempio, in base all&#8217;IP di provenienza o al suffisso della posta elettronica usata dai visitatori registrati presso un certo sito, come quello del giornale dove i banner sono posizionati.<br />
La pubblicità contestuale, i «contextual ads», è sicuramente la più interessante in quanto è la sola in grado di sfruttare il principio del «kairos» (occasione), ossia fornire l&#8217;informazione giusta, al momento giusto, alla persona giusta. I contextual ads sono ad esempio quelli di Google che grazie alla profilazione degli utenti ottenuta attraverso l&#8217;interazione ripetuta con i servizi di Big G, il suo famoso motore di ricerca è in grado di visualizzare all&#8217;utente un messaggio «contestualmente» alla ricerca che si sta effettuando attraverso una specifica parola chiave. Il vantaggio di questa forma di pubblicità politica è che permette di segmentare molto efficacemente i target di riferimento e di tracciarne i comportamenti anche in base alla locazione geografica. Se questo strumento pone dei problemi etici rispetto alla tutela della privacy è da menzionare l&#8217;esistenza dei Free Google Ads,  pubblicità gratuita che l&#8217;azienda di Mountain View offre a organizzazioni non profit per promuoversi. Infine, la pubblicità sui Blog che è quella potenzialmente più adatta a campagne di tipo virale che usano i blog come veicolo. La pubblicità specializzata sui blog ha già dei punti di riferimento in rete come Blogads.com che è in grado di piazzarla all&#8217;interno di nicchie di utenza specifiche, anche a carattere locale e regionale, le quali, grazie ad un&#8217;accurata profilazione si riveleranno particolarmente sensibili al messaggio scelto per loro.</p>
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		<title>Equo compenso: la proposta di FHF e Frontiere Digitali</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2009 10:07:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Studi e ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[
Scarica il Documento della Free Hardware Foundation sull&#8217;Equo compenso
L’articolo 5 della direttiva 2001/29/CE ha previsto la possibilità per gli Stati Membri di disporre eccezioni o limitazioni al diritto esclusivo di riproduzione per quanto concerne le copie su qualsiasi supporto effettuate da una persona fisica per uso privato e per fini né direttamente, né indirettamente commerciali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2009/06/logo_fhf.png' title='logo fhf'><img hspace="2" vspace="2" align="left" src='http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2009/06/logo_fhf.png' alt='logo fhf' /></a><br />
<a href='http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2009/06/2009_06_11-equo_compenso.pdf' title='Doumento Equo compenso'>Scarica il Documento della Free Hardware Foundation sull&#8217;Equo compenso</a></p>
<p>L’articolo 5 della direttiva 2001/29/CE ha previsto la possibilità per gli Stati Membri di disporre eccezioni o limitazioni al diritto esclusivo di riproduzione per quanto concerne le copie su qualsiasi supporto effettuate da una persona fisica per uso privato e per fini né direttamente, né indirettamente commerciali a condizione che i titolari dei diritti ricevano un equo compenso che tenga conto dell’applicazione o meno, all’opera o agli altri materiali interessati, di misure tecnologiche di protezione.</p>
<p>Le ragioni che la Comunità pone alla base dell’equo compenso sono esplicitate nel considerando 35 della direttiva, allorquando si afferma che esso è necessario affinchè i titolari dei diritti “siano adeguatamente indennizzati per l’uso delle loro opere o dei materiali protetti”. “Nel determinare la forma, le modalità e l’eventuale entità di detto equo compenso”, prosegue il considerando in commento, “si dovrebbe tener conto delle peculiarità di ciascun caso… un valido criterio sarebbe quello dell’eventuale pregiudizio subito dai titolari dei diritti e derivante dall’atto in questione. Se i titolari dei diritti hanno già ricevuto un pagamento in altra forma,<br />
per esempio nell’ambito di un diritto di licenza, ciò non può comportare un pagamento specifico o a parte. Il livello dell’equo compenso deve tener pienamente conto della misura in cui ci si avvale delle misure tecnologiche di protezione contemplate dalla presente direttiva. </p>
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		<title>e-gov 2012: l’innovazione tecnologica come leva per la gestione, fruizione e conservazione dei Beni culturali</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2009 14:20:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[13 maggio, mercoledì &#8211; mattina
e-gov 2012: l’innovazione tecnologica come leva per la gestione, fruizione e conservazione dei Beni culturali
    * 13/05/2009
    * 10:00 &#8211; 13:00
Il progetto CulturAmica nelle sue parti di backoffice (la rete della Cultura) e di frontoffice (il portale della cultura e i portali dei musei) costituisce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2009/05/logo1.png' title='logo1.png'><img hspace="2" vspace="2" align="left" src='http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2009/05/logo1.png' alt='logo1.png' /></a>13 maggio, mercoledì &#8211; mattina<br />
<a href="http://iniziative.forumpa.it/expo09/convegni/e-gov-2012-l-innovazione-tecnologica-come-leva-la-gestione-fruizione-e-conservazione">e-gov 2012: l’innovazione tecnologica come leva per la gestione, fruizione e conservazione dei Beni culturali</a><br />
    * 13/05/2009<br />
    * 10:00 &#8211; 13:00</p>
<p><em>Il progetto CulturAmica nelle sue parti di backoffice (la rete della Cultura) e di frontoffice (il portale della cultura e i portali dei musei) costituisce una potente leva per una migliore gestione, fruzione e conservazione del Beni culturali, vero giacimento di risorse preziose per il Paese. Il convegno anche qui darà conto di quanto fatto e delle strade intraprese e sarà gestito in collaborazione dal DIT e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Coordina Antonia Recchia. E’ stato invitato il Ministro Bondi.</em></p>
<p><strong>Programma</strong></p>
<p>      Chairperson</p>
<p>            <strong>Antonia Pasqua Recchia</strong> (Direttore Generale Organizzazione, Innovazione, Formazione, Qualificazione professionale &#8211; Ministero per i Beni e le Attività Culturali)</p>
<p>      Relazioni</p>
<p>            <strong>Umberto Croppi</strong> (Assessore alle Politiche Culturali e alla Comunicazione &#8211; Comune di Roma)<br />
<strong>            Arturo Di Corinto (Ricercatore &#8211; Università degli Studi di Roma &#8220;La Sapienza&#8221;)<br />
<a href='http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2009/05/culturalazio_eurospace1.pdf' title='Scarica la Presentazione di Culturalazio.it al Forum PA in .pdf'>Scarica il testo dell&#8217;intervento.it al Forum PA in .pdf</a></strong><br />
<a href='http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2009/05/culturalazio_dicorinto_forumpa.pdf' title='Scarica le slide dell’intervento.it al Forum PA in .pdf'>Scarica le slide dell’intervento.it al Forum PA in .pdf</a><br />
<a href='http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2009/05/culturalazio_dicorinto_forumpa.ppt' title='Scarica le slide dell’intervento.it al Forum PA in .ppt'>Scarica le slide dell’intervento.it al Forum PA in .ppt</a></p>
<p>            <strong>Manola Giusti</strong> (Segreteria Tecnica &#8211; Dipartimento per l&#8217;Innovazione e le Tecnologie)<br />
            Digital Preservation : A Forward-Looking Mission<br />
            <strong>Carlo Musacchio</strong> (GEH Sales Manager &#8211; Local Government, Healthcare, Education and Research &#8211; SUN MICROSYSTEMS ITALIA)<br />
            <strong>Gianfranco Pontevolpe</strong> (Responsabile Ufficio progettuale Dematerializzazione &#8211; CNIPA)<br />
            <strong>Stefano Luigi Torda</strong> (Capo &#8211; Dipartimento per l&#8217;Innovazione e le Tecnologie)<br />
            <strong>Francesca Velani</strong> (Consigliere Delegato &#8211; Promo P.A. Fondazione)</p>
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		<title>Culturalazio.it: una piattaforma aperta per i contenuti generati dagli utenti</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2009 05:58:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti digitali]]></category>
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		<category><![CDATA[Studi e ricerche]]></category>
		<category><![CDATA[Testo]]></category>

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		<description><![CDATA[
“Cultura bene comune”
Culturalazio.it: una piattaforma aperta per i contenuti generati dagli utenti
Arturo Di Corinto – CATTID, Sapienza Università di Roma
Sommario
Culturalazio.it, il portale dell&#8217;assessorato alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio, nasce con l’obiettivo di affermare un concetto di cultura accessibile da tutti, all’interno del quale il cittadino è visto non solo come un mero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href='http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2009/05/home03.jpg' title='home culturalazio'><img hspace="2" vspace="2" align="left" src='http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2009/05/home03.miniatura.jpg' alt='home culturalazio' /></a><br />
<strong>“Cultura bene comune”<br />
<a href="http://www.culturalazio.it">Culturalazio.it: una piattaforma aperta per i contenuti generati dagli utenti</a><br />
Arturo Di Corinto – CATTID, Sapienza Università di Roma</strong></p>
<p><em><strong>Sommario</strong><br />
Culturalazio.it, il portale dell&#8217;assessorato alla Cultura, Spettacolo e Sport della Regione Lazio, nasce con l’obiettivo di affermare un concetto di cultura accessibile da tutti, all’interno del quale il cittadino è visto non solo come un mero fruitore di contenuti, ma come suo primo produttore.<br />
L’idea portante di Culturalazio.it è infatti che la cultura sia una risorsa collettiva, in termini economici e sociali, un “bene comune”, e che un  portale regionale della cultura possa servire a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale, della storia, delle tradizioni, degli usi e dei costumi di un territorio.</em></p>
<p><a href='http://www.dicorinto.it/wp-content/uploads/2009/05/culturalazio_eurospace.pdf' title='paper culturalazio eurospace'>Scarica il paper in .pdf</a></p>
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		<title>Mickey Mouse appartiene a tutto il mondo</title>
		<link>http://www.dicorinto.it/temi/copyright/mickey-mouse-appartiene-a-tutto-il-mondo</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Apr 2008 14:19:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato in Karma@Pa
10/04/2008
Negli ultimi anni il copyright (il diritto d’autore in Italia) ha smesso di essere un argomento esoterico per avvocati ed è diventato un tema di importanza cruciale per chiunque sia coinvolto a vario titolo nella produzione e fruizione di cultura.
Il copyright fa ogni giorno capolino nei quotidiani, nei tiggì, nei convegni universitari, perfino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pubblicato in <a href="http://www.karma-pa.it/my/news_detail/206">Karma@Pa</a></p>
<p>10/04/2008</strong></p>
<p>Negli ultimi anni il copyright (il diritto d’autore in Italia) ha smesso di essere un argomento esoterico per avvocati ed è diventato un tema di importanza cruciale per chiunque sia coinvolto a vario titolo nella produzione e fruizione di cultura.</p>
<p>Il copyright fa ogni giorno capolino nei quotidiani, nei tiggì, nei convegni universitari, perfino nella posta elettronica con cui gli amici ci spediscono musica e fotografie. E nei prossimi anni avrà un ruolo fondamentale rispetto al modo stesso in cui penseremo la creatività: sia in termini di proprietà che di collaborazione. Insomma è diventato un tema la cui analisi non può più essere lasciata ai soli avvocati.<br />
Il copyright è nato e poi si è consolidato come un dispositivo di bilanciamento per garantire agli autori un incentivo alla produzione di opere creative e allo stesso tempo favorire la loro circolazione presso il pubblico, coè nella società, affinchè chiunque potesse goderne. Non è nato certo per tutelare i profitti delle case edtrici come qualcuno sostiene. E la migliore dimostrazione del ruolo di garanzia di questo istituto sta nel fatto che da sempre le biblioteche pubbliche esistono come alternativa alla distribuzione commerciale delle creazioni culturali. Il problema è che nel tempo questo equilibrio si è progressivamente spostato a favore dei detentori dei contenuti culturali, cioè case editrici, discografici, conglomerati mediatici, e nei fatti è diventato un modo per bloccare la creatività e la voglia di sperimentare degli stessi artisti che nel copyright avevano individuato un modo per guadagnarsi da vivere.<span id="more-790"></span><br />
Storicamente il copyright è un’istituzione recente e non è certo un concetto universale. Le prime leggi sul copyright risalgono al diciottesimo secolo. Se fossero state precedenti probabilmente non ci sarebbe stata la riforma luterana e i preti sarebbero ancora gli unici a leggere e interpretare la Bibbia. Gutenberg non chiese a nessuno il permesso di stamparla e comunque non avrebbe avuto abbastanza denaro da comprarne il diritto di copia. Finì ugualmente in disgrazia quando finirono i soldi del venture capitalist dell’epoca che lo finanziava. Ma con l’emergere dell’idea dell’autore, del genio creativo, il copyright si fuse e si confuse con l’idea stessa di autorialità e proprietà dell’opera. Con il capitalismo globalizzato, il controllo delle opere basate sul copyright è stato centralizzato nelle mani di poche aziende mediatiche invece che in quelle di autori e artisti. Anche oggi che internet e i media digitali rendono obsoleta la distinzione fra la copia e l’originale, le leggi cercano di mantenere tale artificiale distinzione. Il risultato è che le leggi sul copyright si sono evolute da strumenti per controllare l’industria editoriale in strumenti per controllare consumatori, artisti e pubblico. Ma non è stato sempre così.<br />
Fate un salto nella storia. Tradizionalmente il copyright era di poca o di nessuna rilevanza per la pratica culturale e artistica, tranne che nel mondo dell’editoria commerciale. Nei secoli passati tutte le forme di cultura popolare come i racconti, le ballate, le musiche tradizionali erano creazioni collettive e anonime, libere e di pubblico dominio. Le variazioni sul tema, le modifiche e le traduzioni erano non solo incoraggiate, ma proprie del processo creativo. E’ solo successivamente che imprenditori aggressivi e con pochi scrupoli hanno sottratto al popolo le sue creazioni mettendoci un marchio sopra e appropriandosene.<br />
Volete un esempio? Walt Disney ha costruito un impero sull’adattamento di favole come Sinbad e Biancaneve*. Ma questo è accaduto anche per altre opere come le Mille e una notte, diffusa da bardi sconosciuti quando non ne esisteva ancora una versione scritta e che secondo i filologi proviene da fonti persiane ma è di origine indiana. Collegarsi alla tradizione prcedente per molti autori non era solo un vezzo, ma un modo per collegarsi agli autori precedenti, alla loro fama e al loro pubblico, conferendo un’aura universale all’opera considerata patrimonio dell’umanità. Lo stesso Cervantes in Don Chisciotte dice che la sua storia è di provenienza araba, anche se non è vero. Ma moltissimi capolavori letterari sono diventati tali attraverso arrangiamenti successivi per i quali nessuno ha pagato il copyright. Un esempio clamoroso è il Faust riadattato da Goethe e da Marlowe, da Pessoa a Jarry, da Mann a Butor. Nella tradizione musicale è successo lo stesso. Fino alla nascita dell’industria discografica i temi musicali venicano liberamente adattati e copiati da un compositore all’altro. Il famoso Concerto in D maggiore BWV 972 di Bach è un semplice arrangiamento orchestrale del’Estro Armonica di Vivaldi. Lo stesso Beethoven non dovette acquistare una licenza per scrivere le 83 variazioni di Diabelli dall’opera dell’omonimo compositore austriaco Anton Diabelli. Pensate al Blues che è la variazione di un’unica melodia.<br />
Nelle arti visive il copyright è stato un non-argomento per secoli. Pensate ai laboratori di Rubens e Rembrandt &#8211; molte delle opere prodotte dalla loro scuola sono ancora di incerta attribuzione &#8211; o pensate al dadaista Kurt Schwitters che coniò finanche una marchio “Merz” ricavato dal logo della banca Commerzabank. Certo oggi sarebbe denunciato per violazione di marchio commerciale. Nella pratica artistica il plagio è stato sempre accettato. Tutto l’hip-hop è frutto della ricomposizione di pezzi musicali altrui. E poi ci sono stati autori come i Situazionisti di Guy Debord che hanno dichiarato le proprie opere anti-copyright permettendone a chiunque la copia e la modifica senza alcun permesso. Un caso esemplare per l’Italia è stato il bestseller “Q” di Lutherblisset, distribuito con una licenza di libera copia per usi non commerciali. Se pensate a tutto questo capirete perchè è sempre pù forte un movimento che, rifiutando i continui giri di vite nella legislazione sul copyright, vuole riprendere in mano la libertà di decidere cosa fare delle proprie opere pur senza rinunciare alla loro paternità e alle tutele economiche e morali che il copyright può offrire. Questo movimento si chiama copyleft, il “permesso d’autore” in alternativa al “diritto d’autore”. Non lo rifiuta né lo rimpiazza, ma lo trasforma per consentire nuove elaborazioni dell’opera affinchè il suo nucleo centrale circoli il più ampiamente possibile anche senza ricavarne un profitto. Non ci credete? Questo articolo che state leggendo sarà pubblicato online dall’”editore” (e quindi ognuno se ne potrà “impossessare” senza pagarlo) è solo il riadattamento di un testo scritto da un’altra persona, Lawrence Liang, un ricercatore di Bangalore, che non mi denuncerà per aver tradotto e liberamente adattato un estratto del suo libro “Guida alle licenze open content”, pubblicato dal Piet Zwart Institute di Rotterdam con licenza Creative commons. (www.creativecommons.org)<br />
* Riferimento all’opera di R. Combas sul Wall Street Journal</p>
<p>Arturo Di Corinto</p>
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		<title>Dove si sta dirigendo il dibattito sulla proprietà intellettuale? Ce ne parla Arturo Di Corinto, docente di Comunicazione mediata dal computer presso l’Università La Sapienza di Roma</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Apr 2008 14:18:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censis]]></category>
		<category><![CDATA[copyright]]></category>
		<category><![CDATA[Studi e ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblicato in Karma@Pa10/04/2008
Dove si sta dirigendo il dibattito sulla proprietà intellettuale?
Ce ne parla Arturo Di Corinto, docente di Comunicazione mediata dal computer presso l’Università La Sapienza di Roma.
La grande impalcatura a difesa del diritto d’autore non regge più. Troppe cose sono cambiate da quando in Inghilterra nel 1710 venne promulgato lo Statuto di Anna, con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pubblicato in <a href="http://www.karma-pa.it/my/news_detail/206">Karma@Pa</a>10/04/2008</strong></p>
<p>Dove si sta dirigendo il dibattito sulla proprietà intellettuale?<br />
Ce ne parla Arturo Di Corinto, docente di Comunicazione mediata dal computer presso l’Università La Sapienza di Roma.</p>
<p>La grande impalcatura a difesa del diritto d’autore non regge più. Troppe cose sono cambiate da quando in Inghilterra nel 1710 venne promulgato lo Statuto di Anna, con il quale veniva stabilita un’esclusiva per la stampa dei testi attribuita ad autori o cessionari di quel diritto, rinnovabile di 14 anni. La normativa internazionale da allora ad oggi si è evoluta, ampliando e allungando la tutela delle opere fino a cinquanta, settanta, novant’anni, e inasprendo le pene, pecuniarie e detentive, per la violazione dei diritti economici e morali dei titolari. Ma da allora ad oggi sono state tali e tante le evoluzioni della tecnologia che, per quanto il diritto cerchi di distinguere le norme dai mezzi e dagli strumenti per evaderle o farle rispettare, non è più possibile applicare quel modello alla modernità.</p>
<p>Per tre ordini di motivi: la rivoluzione informatica ha messo nelle mani di ciascuno potenti media digitali, i personal media, con i quali è possibile registrare, manipolare e veicolare qualsiasi aspetto della realtà e dell’esperienza; gli strumenti e le infrastrutture di comunicazione sono diventati digitali, ubiqui, spesso gratuiti; è cresciuta l’esposizione degli individui a questi strumenti e insieme l’attitudine al loro uso creativo e collettivo. Che oggi viene anche insegnato a scuola e nelle Università.<span id="more-789"></span></p>
<p>La flessibilità, volatilità e permanenza del digitale sono tali che chiunque può manipolare un’opera digitalizzata e, grazie ad Internet, spostarla con un clik da un lato all’altro del globo, conservarla indefinitamente in numeri incalcolabili, in differenti formati e differenti supporti, anche sfruttando la memoria lunga dei motori di ricerca come Google. La disponibilità di mezzi per la copia di film, musica e testi, presenti in qualsiasi casa, ufficio, biblioteca, centro sociale, rende difficile se non impossibile controllarne gli abusi e l’unico freno alla pirateria rimane una forte opera di contrasto e repressione. Se non bastasse, a scompigliare lo scenario tradizionale, interviene il fatto che nel momento in cui ottengo la copia digitale di un’opera non ne privo l’autore, e così salta anche il concetto di possesso, ovvero di proprietà e disponibilità, che sono alla base dell’idea stessa del furto dell’opera d’ingegno.</p>
<p>Internet e il digitale hanno profondamente modificato i concetti di autore, di opera, di creatività. Perciò il loro utilizzo non è indifferente rispetto alle norme che tutelano il diritto d’autore. Ma le innovazioni tecnologiche in mano agli adolescenti e l’industria illegale della contraffazione digitale mettono in crisi l’industria creativa e dei contenuti, che dà lavoro a migliaia di persone, per la diminuzione degli introiti determinata dall’impossibilità di riscuotere i proventi di questo privilegio regolato dallo Stato, e pertanto l’industria cerca soluzioni a quella che considera la più formidabile minaccia dai tempi di Gutenberg: la duplicazione illegale di opere coperte da diritto d’autore.</p>
<p>I trattati Wipo, il Dmca, l’Eucd, sono leggi emanate proprio in risposta ai timori manifestati dai titolari del copyright nei confronti del cyberspace.</p>
<p>Le tecnologie di firewalling, di packet filtering, di monitoraggio e profilazione degli utenti, la tecnologia crittografica dei Drm applicata alle opere digitali e il trusted computing sono altrettante risposte tecnologiche finora mirate a limitare, se non a impedire, l’uso illegale delle opere digitali. Ma oltre all’estrema opposizione che determinano, poiché limitano le stesse utilizzazioni libere garantite dalle leggi, può rivelarsi una battaglia sterile fintanto che le organizzazioni di categoria e gli stati non individueranno un adeguato equilibrio fra la tutela delle opere e il loro accesso. Smettendo di sparare nel mucchio e di creare una cultura del sospetto come ha fatto Sarkozy con la commissione Olivennes, e interrogandosi sulle ragioni profonde delle violazioni e sui motivi reali dei mancati proventi, non ultimi la ciclicità dei mercati, il cambiamento dei gusti del pubblico, la scarsa qualità delle opere,  i loro costi elevati, la concorrenza fra sistemi di intrattenimento, la mancanza di tempo e di denaro dei fruitori.</p>
<p>Intanto è utile chiarire una cosa: la pirateria digitale è per definizione un comportamento clandestino che riaffora solo di fronte all’attività repressiva, e rimane sempre la punta di un iceberg mostruoso impossibile da quantificare con esattezza. Ma non è possibile contrastare la pirateria se non ci capisce come prospera. Un esempio per tutti. Da uno studio pubblicato nel settembre 2003 da AT&#038;T Labs risulta che il 77% dei film illegali diffusi sulle reti di file sharing proviene dal personale assunto all’interno dell’industria cinematografica americana. Per lo più il master del film viene copiato in fase di post-produzione, quando almeno un centinaio di addetti vi hanno accesso. Un’altra strada seguita è quella di “piratare” le copie di presentazione del film, distribuite per una cerchia ristretta di spettatori che devono valutarlo prima dell’uscita nelle sale. E’ solo dopo aver considerato questo che che possiamo considerare il danno fatto dagli utenti che eludono i dispositivi di sicurezza, copiano e vedono un film non pagato.</p>
<p>Ulteriore elemento del cambiamento della dieta mediale è poi la diffusione di una cultura del riuso che attinge a ciò che è disponibile per ricombinarlo in forme sempre nuove, spesso senza sapere che utilizzare una melodia protetta per il proprio videoblog richiede un’autorizzazione e un compenso agli autori. Ma accade anche che moltissimi realizzano, usano e si scambiano software, musica e film tutelati da licenze alternative al copyright di “tutti i diritti riservati”, creando un proprio circuito di produzione e di consumo come è accaduto con le Creative Commons.</p>
<p>Perciò per ripensare complessivamente il rapporto fra le tutele previste dall’ordinamento giuridico italiano e l’evoluzione tecnologica e dei costumi circa l’utilizzo, la creazione, la diffusione e la commercializzazione delle opere d’ingegno in Italia, il 18 dicembre 2007 la commissione per la riforma del diritto d’autore e dei diritti connessi guidata dal professore Alberto Maria Gambino ha presentato al ministro Rutelli una serie di proposte pensate per trovare un punto d’equilibrio fra l’anarchia e il controllo che caratterizzano le diverse pratiche nella gestione del diritto d’autore. Fra queste ci sono le licenze flessibili Creative Commons, insieme ad altre interessanti proposte. Ma non mancano le proposte radicali di ripensamento della gestione della cosiddetta proprietà intellettuale a livello mondiale. Un’associazione indiana, IT for Change, è giunta al secondo Internet Governance Forum di Rio de Janeiro 2007 con una proposta provocatoria: creare un indirizzo apposito per i contenuti di pubblico dominio. Qualcosa come “www.benicomuni.pd”.</p>
<p>*Arturo Di Corinto è docente di Comunicazione mediata dal computer presso l’Università La Sapienza di Roma e membro della Commissione sulle Nuove tecnologie e il diritto d’autore per la riforma della legge 633/41</p>
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		<title>Sul futuro dei media digitali e della carta stampata</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Apr 2008 14:12:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[copyright]]></category>
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		<description><![CDATA[Pubblicato in Karma@Pa
Alcune riflessioni sul futuro dei media digitali e della carta stampata.
Arturo Di Corinto*
Quando parliamo del futuro dei media digitali i partecipandi al dibattito si schierano subito dalla parte  degli apocalittici o degli integrati. Il motivo? Il digitale mette in crisi il copyright (il diritto d’autore in Italia). Eppure un atteggiamento più sereno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pubblicato in <a href="http://www.karma-pa.it/my/news_detail/206">Karma@Pa</a></p>
<p>Alcune riflessioni sul futuro dei media digitali e della carta stampata.</p>
<p>Arturo Di Corinto*</strong></p>
<p>Quando parliamo del futuro dei media digitali i partecipandi al dibattito si schierano subito dalla parte  degli apocalittici o degli integrati. Il motivo? Il digitale mette in crisi il copyright (il diritto d’autore in Italia). Eppure un atteggiamento più sereno è possibile se proviamo a riportare il discorso alla sua giusta dimensione. </p>
<p>Proviamo a viaggiare nel tempo con l’immaginazione, e a tornare a un anno rivoluzionario: il 1448. E’ la data della comparsa di una nuova e rivoluzionaria tecnologia, quella della stampa a caratteri mobili, destinata a cambiare radicalmente il nostro modo di comunicare nei secoli successivi. L’idea geniale fu di un fabbro di Mainz, Johannes Gutenberg, ed ebbe subito un effetto, quello di mettere in crisi il “monopolio” degli amanuensi nella riproduzione dei testi sacri. Grazie a questa invenzione si incominciò subito a stampare la bibbia e poco dopo anche le perdonanze papali, creando, all’improvviso, un mercato inesistente, quello delle indulgenze, contro cui si scagliò Martin Lutero. La stampa a caratteri mobili diede un clamoroso contributo al Rinascimento favorendo l’affermazione del vernacolo e il declino del Latino, che a sua volta preparò l’Europa agli Stati nazione.</p>
<p>Allora la prima riflessione da fare è: se la Bibbia fosse stata tutelata dal diritto d’autore, il celebre artigiano avrebbe potuto permettersi di stamparla? Probabilmente no, con effetti immaginabili per noi tutti che veniamo dalla forma-libro della cultura. Il punto non è che sarebbe ancora il solo clero ad amministrare la parola di Dio, ma che sarebbe stato fortemente ritardato quel grande effetto di trascinamento sull’alfabetizzazione delle masse che la possibilità di leggere ciascuno la Bibbia ha determinato.<span id="more-788"></span></p>
<p>Non fu ca caso che le èlite aristocratiche e religiose del tempo, depositarie della parola di Dio, prima cercarono di fermare la diffusione della stampa, poi di controllarla, infine la adottarono come nuovo mezzo di comunicazione. Nei secoli seguenti, i sistemi sociali e legali degli stati, si adattarono al nuovo medium, e vennero elaborati sistemi e limitazioni al diritto di riproduzione dei testi a stampa. Dopo un lungo braccio di ferro con gli stationners, la Regina Anna d’Inghilterra nel 1710 promulgò lo Statute of Anne, che altro non era che un modo per limitare il diritto degli editori di pubblicare pamphlet ed articoli per ottenere un controllo di tipo censorio sui testi circolanti. Il copyright come lo conosciamo oggi era nato, eppure libri, riviste e giornali cominciarono a circolare diffusamente. Era iniziata l’era dei media di massa. Altre rivoluzioni seguirono, quella della radio, del cinema e della televisione, almeno ai loro esordi salutate come tecnologie per vocazione democratiche. Poi sappiamo quello che è successo: prima piegati a strumenti di propaganda, i nuovi media democratici sono andati incontro a fusioni, concentrazioni, monopoli, fino all’uso privato di certi politici dell’arena televisiva. </p>
<p>Dopo quelle della stampa, della radio e della tv, oggi stiamo vivendo una nuova rivoluzione, quella dei media digitali e, osservate la curiosità, oggi uno degli elementi centrali di questa rivoluzione dei personal media e dei media partecipativi è la produzione di diari online, i blog, e la piattaforma di content publishing finora più diffusa si chiama, movable type, il nome inglese dell’invenzione di Gutenberg.</p>
<p>Il fatto che nel mondo ci siano più di un miliardo di siti web e 90 milioni di blog su Internet, ci fa capire che questi numeri hanno profonde implicazioni per i modelli di business tradizionali dell’industria dei media, poiché la tecnologia rivoluzionaria del web, innervata dal linguaggio digitale, consente a tutti di diventare non solo autori ma editori di se stessi e di rivolgersi ad un’audience globale. Una trasformazione che ha visto l’affermarsi di una nuova figura di produttore-consumatore di cultura: il prosumer (producer + consumer), che si esercita giornalmente in una sproposita produzione di UGC, gli User Generated Content del cosiddetto Web 2.0.</p>
<p>Che implicazioni ha tutto questo per il mondo dell’editoria cartacea? Abbiamo smesso di comprare giornali e riviste? No. E’ successo qualcosa d’altro: giornali e riviste si sono progressivamente adattati ai nuovi linguaggi digitali. In Italia i giornali vendono come prima, ma sono diventati più leggeri, con testi ridotti, molte immagini e una grafica che spesso ricorda i siti Internet dove sono migrati in massa con alterne fortune. Se una crisi c’è è da ricercarsi nelle dinamiche di un mercato più competitivo e pilotato dalla pubblicità dove la free press fa la parte del leone rispetto a certi segmenti di pubblico.</p>
<p>Abbiamo smesso di comprare e leggere i libri? No. Siamo in molti che continuiamo ad amare l’odore di colla di un fresco di stampa, la possibilità di leggerlo in perfetta solitudine e di portarcelo dove ci pare. Inoltre, lo acquistiamo perché costa comunque di meno che stamparcelo da soli e non ci affatica come leggerlo sullo schermo di un computer. E’ questo uno dei motivi fondamentali del mancato processo di “napsterizzazione” dei libri, cioè quel processo per cui la copia digitale di una canzone o di un film, “quasi” perfetta e sempre più facile e veloce da realizzare è arrivata ad intaccare il mercato tradizionale di musica e cinema (determinando una decisa riduzione degli acquisti delle opere originali su supporto fisico) che hanno condotto alla battaglia legale che portò pochi anni orsono alla chiusura del primo e più diffuso sistema di file-sharing creato da Shawn Fenning per la condivisione degli MP3.</p>
<p>Non di meno possiamo avere voglia di ottenerne una copia digitale del nostro libro (o del giornale), di leggerlo sul computer o di stamparlo a casa e in ufficio. Oppure di spedirlo via Internet ad un amico. Questa nuova possibilità di fruizione può determinare un decremento delle vendite e un mancato introito per chi con fatica l’ha letto, corretto e pubblicato con dispendio di risorse. Quando questo accade parliamo di pirateria. Ma la pirateria alligna dove non siamo capaci di approntare metodi di risoluzione dei diritti innovativi, anche online. Oggi è possibile e anche semplice. E, ricordiamocelo, il copyright vale anche nel mondo di Internet, anzi il mondo di internet ha individuato delle licenze che rendono ancora più flessibile e facilmente esigibili i diritti d’autore &#8211; parlo ovviamente delle licenze Creative Commons e delle modalità online di pagamento sicure e veloci che oggi società certificate ci offrono mettendoci al riparo dalla truffe. </p>
<p>Inoltre il commercio di testi digitali, o anche il print on demand, può aprirci nuovi mercati, consentendoci di arrivare in località dove le librerie non ci sono e le biblioteche sono difficilmente raggiungibli; ci permette di rivolgerci a pubblici diversi, di altri paesi, ci consente di reperire e stampare testi ormai introvabili, ridurre i costi di magazzino e di trasporto e della preziosa carta. E’ il fenomeno della long tail di cui ci ha parlato Chris Anderson.</p>
<p>Paulo Coehlo, l’autore della fortunata Strega di Portobello è diventato pirata di se stesso e rappresentandosi sul web come un pirata con la bandana indica ai suoi fan dove trovare copie digitali gratuite delle sue opere. &#8220;E&#8217; il vecchio passaparola online &#8211; dice &#8211; che soddisfa il desiderio di ogni autore, farsi leggere da più persone possibili&#8221;. Il suo agente ha dichiarato che sono 20 milioni le copie dei suoi libri scaricate gratis dalla rete, 100 milioni quelle vendute in libreria.</p>
<p>Ma c’è un&#8217;onda anomala che preoccupa e travolge l’editoria in rete che sembrava aver trovato una sua strada con gli e-book e il book on demand: e cioè la pubblicazione online di libri gratuitamente scaricabili. Tra i precursori, il collettivo italiano Wu Ming e una new entry d&#8217;eccezione, il premio nobel 2004 per la letteratura Elfriede Jelinek che chiede addirittura ai suoi lettori di aiutarla a finire di scrivere i suoi libri online. “Perché”, dice, “un libro non è mai finito”. E intanto l&#8217;Università di Harvard, apre le sue porte a tutti e ne affida la giustificazione al direttore della sua biblioteca: &#8220;Siamo stufi di un sistema chiuso e costoso, così si aprirà il mondo della cultura a chiunque voglia imparare&#8221;.</p>
<p>Un’iniziativa che conforta la scelta di molte università che hanno da tempo deciso di non pagare più la pubblicazione cartacea delle riviste scientifiche scritte, recensite e consumate dallo stesso mondo universitario che poi le riacquista a caro prezzo. Si tratta della Open Access Initiative.<br />
E parliamo di numerose università e istituzioni accademiche europee che si sono impegnate nella Berlin Declaration per garantire la libera fruibilità e circolazione dei prodotti della ricerca accademica finanziata con soldi pubblici, organizzandoli in archivi liberamente accessibili e gratuiti. Tramite la pratica del Self-Archiving: i ricercatori depositano i loro articoli già pubblicati e referati altrove in archivi aperti digitali, conformi agli standard creati dalla Open Archives Initiative, che garantiscono l’interoperabilità. Invece, grazie all’intuizione delle Riviste open-access  i ricercatori oggi possono pubblicare le proprie ricerche all’interno di riviste ad accesso aperto, i cui costi sono coperti da meccanismi diversi dagli abbonamenti. E’ il caso di Plos Medicine.<br />
Cosa voglio dire con questi esempi? Che non dobbiamo avere paura del nuovo.</p>
<p>In ogni rivoluzione ci sono i giacobini e i conservatori, i monarchici e i repubblicani. Ogni rivoluzione ha degli effetti mai completamente prevedibili, si manifestano nel tempo, e ogni rivoluzione non è mai completamente giusta o completamente sbagliata.</p>
<p>La rivoluzione di Gutenberg ha avuto indubbiamente un effetto democratizzante, ha consentito a popoli interi di leggere la bibbia nella propria lingua e di liberarsi dall’oppressione di chi li voleva mantenere nella superstizione. La penny press, ha avuto un ruolo altrettanto importante per l’alfabetizzazione delle masse, l’organizzazione di classe dei lavoratori e la nascita del sindacato, ma ha anche permesso a molte persone di esprimersi creativamente.<br />
Ogni beneficio ha degli effetti collaterali negativi: la diffusione della stampa ha favorito anche la pornografia e la propaganda nei regimi autoritari &#8211; nell’Unione Sovietica si finiva in galera per il possesso di una ciclostile – ma essa, la stampa, permette ancora oggi il confronto di idee e il dibattito democratico.</p>
<p>Questo vale anche per i media digitali. Non sappiamo ancora se gli effetti di questa rivoluzione digitale saranno tutti positivi o negativi ma sappiamo, parafrasando De Maistre che “ogni società ha i media che si merita”.</p>
<p>*Docente di Comunicazione Mediata dal Computer, La Sapienza, Università di Roma<br />
Membro della Commissione sulle Nuove tecnologie e il diritto d’autore per la riforma della legge 633/41</p>
<p>LETTURE CONSIGLIATE<br />
AA.VV., Nuove tecnologie e diritti di libertà nelle teorie nordamericane, a cura di G. Ziccardi, Mucchi Editore 2007<br />
P. Aigrain, Causa Comune, l&#8217;Informazione tra bene comune e proprietà, Stampa Alternativa 2007<br />
D. De Angelis, La tutela delle opere musicali digitali, Giuffrè 2005<br />
A. S. Gaudenzi, Il Nuovo Diritto d&#8217;Autore, la tutela della proprietà intellettuale nella società dell&#8217;informazione, Maggioli Editore 2007<br />
L. Lessig, Il futuro delle idee, Feltrinelli 2006<br />
L. Lessig, Cultura Libera, Apogeo 2005<br />
L. Lessig, Code: Version 2.0, Basic Books 2006<br />
S. Rodotà, La vita e le regole, tra diritto e non diritto, Feltrinelli 2006<br />
R. Stallman, Software libero – Pensiero Libero, Stampa Alternativa 2005</p>
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		<title>Open Source Software: Fostering local economies</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 2004 17:00:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti digitali]]></category>
		<category><![CDATA[English]]></category>
		<category><![CDATA[Free software]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione tecnologica]]></category>
		<category><![CDATA[Open source]]></category>
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		<description><![CDATA[Arturo Di Corinto
Implementing a Digital Business Ecosystem  vs. 0.2
The European economy is slowing. The rise of the euro is taking a toll on exports because the its appreciation has boosted the cost of European products and many Europeans think is better to buy from the dollar area.
In a scenario marked by a modest growth [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arturo Di Corinto</p>
<p><strong>Implementing a Digital Business Ecosystem  vs. 0.2</strong></p>
<p>The European economy is slowing. The rise of the euro is taking a toll on exports because the its appreciation has boosted the cost of European products and many Europeans think is better to buy from the dollar area.</p>
<p>In a scenario marked by a modest growth of the global economy (mainly for the higher price of oil) the strengthening of the euro cuts deeply into the competitiveness of European companies. Especially the IT sector is exposed to the  risk of new monopolies, consolidation and the ultimate colonization of European IT firms by large enterprises, especially from Usa and Japan.<br />
<span id="more-209"></span><br />
Naturally this situation has many other reasons. Once again, we are facing a major shift in the way in which IT is promoted and used around the world. European economies have to face challenges that are not only technological, but also related to finance, investments, innovation and so on. </p>
<p>What is in the horizon? What is our possible reaction? We claim that to be successful we have to move up and really deal with new applications and support a new kind of economy &#8211; the knowledge economy, an economy that is based on innovation.</p>
<p>Dealing with Innovation<br />
Innovation is important in every industry, in every businesses, large or<br />
small. Even in difficult economic times, small businesses continue to<br />
thrive and entrepreneurship is on the rise – when driven by innovation. </p>
<p>Truly groundbreaking innovation occurs when the introduction of something new results from someone deviating from an expected belief. In business this rarely happens, unless a company is earnestly and openly listening to its customers. Deviating from an expected belief by listening openly to customers is what made the success of open source.</p>
<p>Is this what can happen in an open source “digital business ecosystem”?</p>
<p>The employment of open source principles says that no organisation can ever dominate the ecosystem, like on the Internet itself. All contributors will be given equal opportunities to compete, but at the same time it is important to have an holistic approach to software and service engineering for end users who are, in turn, programmers, investors, entrepreneurs, public administrators.</p>
<p>A digital product (or service) incorporates support for testing, fault localization, and assertions integrated in a fine-grained and incremental manner with the environment. In particular, the software engineering knowledge should be embedded in the system, since the user is not always expected to have expertise in software engineering. </p>
<p>Fully dynamic web service integration would be necessary to implement some of the ways in which techniques common to the general domain of &#8220;Software Planning and Programming&#8221; can be used to extend and embrace the industrial web service standards aimed at e-business. This can be the DBE.</p>
<p>To rightly address this mission in a collaborative approach which takes into account the issues of trust, contracts, level of service, and common semantics, we need major efforts to create a useful cooperative ecosystem. We need to create a community and maintain a virtual network among all the stakeholders of the business ecosystem.</p>
<p>Yet a favorable e-business environment for small enterprises can lower market thresholds and the costs of ICT investments.</p>
<p>First comes a best use of technology and e-business. ICT usage contributes to productivity and efficiency gains, but focusing only on e-commerce activity is not sufficient. In fact e-business is related to information flows and in turn to productivity and growth, because a good flow of information makes possible a virtual network where to plan, think ad work together sharing common resources.</p>
<p>The reason is that high costs for new technologes can easily become a barrier, especially for SMEs because of the costs of human capital and  of IT infrastructures maintenance. Few resources, few investments bring to a digital divide between large and small-medium enterprises. </p>
<p>In this sense tools to enhance business and recruiting skilled workforce are critical factors.</p>
<p>Again, could an open source environment (and community) be the model? Or, what could be the model?</p>
<p>What is needed?</p>
<p>It is widely recognized that in order to foster SMEs productivity and growth we need:</p>
<p>1)	A stable legal and regulatory framework, notably for cross-border trading;</p>
<p>2)	Full liberalisation of the telecommunications market, resulting in lower prices and a higher quality and speed of Internet access;</p>
<p>3)	E-government services, which reduce companies&#8217; administrative overheads and thus create an incentive for enterprises to engage in e-business.</p>
<p>4)	Managerial understanding and skills for e-business in SMEs</p>
<p>5)	Availability of e-business friendly solutions, in order to facilitate a real participation of SMEs in electronic marketplaces and business networks. </p>
<p>Points 4 and 5 are the most important if, generally speaking, we need to promote restructuring towards the knowledge economy through a real knowledge transfer that will improve organizational skills. </p>
<p>Shaping shared business practices in an inclusive environment </p>
<p>“Innovation requires the protection of a process of creation rather than the preservation of a state of ownership”</p>
<p>In respect to ICT applications, SMEs have different needs from large companies. They need cost effective solutions that can be up and running quickly and that are scalable, interoperable, affordable, preferably based on open-source solutions. </p>
<p>It has been said that the solution for SMEs are user friendly, affordable and interoperable technical products. SMEs can benefit  from their participation as technology users in e-business research programmes. Here they have the opportunity to collaborate with large ICT firms and identify user needs, test new technologies and exploit them completely in their actual business environments. This is exactly what the DBE can do.</p>
<p>The goal of truly automated supply and demand chains can be attained only with the participation of SMEs. However, most SMEs may not have the means to keep apace with technological developments, let alone to decide to test expensive and often experimental technical solutions without proof of concept and clear indications of return on investment. </p>
<p>The DBE can be a concept proof environment, a transanational test bed for a collaborative network.</p>
<p>Virtual collaborative networks</p>
<p>“Collaboration requires protection,  protecting collaboration protects<br />
Innovation. Protecting creation as static “property”, though, restricts collaboration, and may restrict innovation as well”</p>
<p>In different occasions the EU Commission has released a series of statements regarding e-business solutions for SMEs:<br />
“Enterprises, especially SMEs, need a business roadmap and ready-to-use examples of practical e-business solutions. A national test-bed or, even better, a network of national test-beds for e-business, preferably based on open source software solutions, would provide for a practical venue for SMEs to develop their e-business processes. The aim should be to create communities with fully operational e-business networks of public and private business, resulting in a model for other communities. Successfully carried out and documented for learning purposes, such an initiative would increase confidence in e-business and provide a roadmap to be followed by others”.</p>
<p>“Conducting electronic transactions via specialised e-marketplaces for businesses &#8211; the so called B2B e-marketplaces &#8211; may represent an efficient and cost-effective way to trade goods and services, both within and across national borders. By creating on-line communities of buyers and sellers, e-marketplaces can facilitate transactions over large geographical areas and with previously unknown business partners, thus generating cost savings through increased market transparency and a more efficient transaction process”.</p>
<p>“Many of these collaborative networks are regional in character and based on close cooperation among former competitors, in order to operate as a new unit on the market. This requires SMEs to overcome their inherent resistance to sharing knowledge with others’’.</p>
<p>If we consider one of SMEs main problems to fill the European workforce gap in ICT what should be the solution? </p>
<p>OSS-based DBE is a training environment that increases the earning capacity of the participants, without any explicit investment in training. Is this a novel form of technology transfer?</p>
<p>In a study supported by the European Commission presented in Zagreb on September 27th 2004  by Rishab Aiyer Ghosh, is showed:</p>
<p> What FLOSS developers expect of each other:<br />
– “share their knowledge”: 78%<br />
– “respect my contribution”: 32%<br />
– “write beautiful and aesthetic programs”: 24%</p>
<p>and that they participate in the FLOSS community to:<br />
– “learn new skills”: 70%<br />
– “share their knowledge and skills with others”: 67%<br />
– “improve the products of others”: 40%<br />
– “improve job opportunities”: 30%<br />
– “make money”: 12%</p>
<p>Is it the right model to leverage new business?</p>
<p>The answear can be positive. Oss encourages not only passive “use” but active participation in the creative process. OSS provides a relatively slight learning curve for creativity and, considered in a wider framework, it represents a technology transfer from big companies to SMEs that cannot afford or can invest little in formal training. </p>
<p>If we consider that part of the EU commercial deficit is represented by the costs of software imports what is the solution? </p>
<p>OSS-based DBE is an economic environment that empowers the earning capacity of local economies by requiring small investments. Is this a novel form of “ecomomy transfer”?</p>
<p>By allowing local entrepreneurs to contribute with a greater share to the overall added value, the DBE fosters economic growth maintaining a greater share of profits within the local economy.</p>
<p>As with proprietary software, free software platforms can be used as a (modifiable!) base on which new services or software are built. Neverthless in the OSS case, 100% of the added value is local. For example, the entire sale price can be retained locally, since there are no royalties or licence fees to be paid. Support, integration, customisation, represent local value addition since 100% of this kind of services can be provided locally.</p>
<p>Custom or in-house software represents about 67% of total software produced (in the US). Custom solutions based on OSS greatly benefit the provider who captures 100% of the total value, not just the local added value – no royalties/licences paid.</p>
<p>OSS allows providers to reuse the code rather than build it from scratch, and to reuse a huge base of code written by others. Re-using (and modifying) the code allows, with the same effort, the creation of much better end-user solutions than writing it from scratch. To sum up, OSS provides a higher value for profits and for customers, and higher margins for local service providers.</p>
<p>Local companies are limited in the integration and support services they can provide for proprietary software. Deep support: fixing software bugs, customising it to user requirements, or integrating extensively with other software requires deep access, as in OSS. On the contrary, deep access to proprietary software is controlled by the owner (who limits access or asks for royalties, thus diminishing the value retained locally). Deep access to OSS is available to anyone, being limited only by their skills. This allows every provider to provide potentially deep support services, and retain 100% of the value.</p>
<p>This means “Building local ICT competencies”.</p>
<p>Open source<br />
The success of OSS showed that the most important reason to developers for participating in open source communities was to learn new skills – for free. These skills are valuable, help developers get jobs and help create and sustain small businesses. Meanwhile, the most important reasons given by users of open source software were not the lower costs but higher security and better performance as compared to proprietary software. Therefore the open source method of development is clearly seen as being innovative and providing the same or a better quality.</p>
<p>A FLOSS survey realized by UNCTAD also showed that while 30% of all developers earn income directly from support, development or administration of open source software, a further 20% earn income indirectly, including being given jobs because of their experience developing open source software. This finding was also supported by the FLOSS survey of user organisations. To a considerable degree, therefore, the open source software community must be regarded as an informal and “costless” skills development environment that provides good training and competitive advantages on the labour market. It is “costless” in that the costs for training are not explicitly sustained, in monetary terms, by any of the parties benefiting from the new skills made available in the market. Neither universities or companies are  paying for this training, they are the individual developers themselves who are giving their time and intelligence to learn and teach each other in an informal “apprenticeship” system. </p>
<p>This is particularly valuable for small businesses and for less wealthy regions and economies, where high direct costs of training ICT professionals may otherwise hinder the development of a local information economy, and where open source community participation can help to offset such costs. Moreover, the  development of this kind of skills extends to the creation of new, local businesses, that are able to provide commercial support and build upon open source software thanks to its low thresholds, in a way that it would not be possible with proprietary software.<br />
Total Cost of Ownership (TCO) studies show varying results in rich countries, where labour costs are high and the relative low license fees of open source software need not necessarily reduce total costs of using and maintaining systems. But in developing countries, even after software price discounts, the price tag for proprietary software is enormous in purchasing power parity terms.<br />
ICTs are supposed to be an “enabler” for growth in developing countries. Such growth cannot spread much beyond a very small elite if the basic “enabling” infrastructure requires the investment of several months’ worth of GDP on software license fees. In the interest of sustainable, long-term and widespread economic growth and ICT development, European countries must adopt and promote open source software in order to develop local skills and businesses, and to avoid unnecessary expenditure.</p>
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		<title>The Internet’s new Common Land</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Oct 2004 09:45:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[DIGITAL BUSINESS ECOSYSTEM PROJECT
Digital Business Ecosystem: The Internet’s new Common Land
Arturo Di Corinto &#038; Neil Rathbone
7th September 2004
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<p>Digital Business Ecosystem: The Internet’s new Common Land<br />
Arturo Di Corinto &#038; Neil Rathbone<br />
7th September 2004</p>
<p><a href="http://dicorinto.it/archives/The new common land.pdf">Download file</a></p>
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